La Grande Bellezza, Premio Oscar Academy Award 2014 come miglior film straniero

Scritto da  Vincenzo Giarmoleo

La grande bellezzaDi cosa si tratta ? E’ un film sulla vita, sulla morte, sul disfacimento fisico e morale? Forse sì, e forse è qualcosa di più che tutto questo.

La regia di Sorrentino (“L’amico di famiglia”, “il Divo”, “This must be the place”), è inconfondibile, ha  un modo tutto suo di osservare e di raccontare gesti e movimenti dei personaggi da punti fermi, come percepiti da un osservatore laterale (ricorda la rotazione del fascio di luce di un faro) e poi ci sono i passaggi e gli accostamenti improvvisi, le distensioni e gli allontanamenti per allargare la visuale sul paesaggio.

I suoi primi piani impietosi lasciano scavare sul viso degli attori: trapela ogni piccolo, ogni grande difetto. Non è una esasperazione palese, ma il dettaglio la evoca.

La grande bellezza non è un film su Roma, ma c’entra parecchio Roma, perché c’è lo sguardo di Roma sulle cose, sulla vita, ma anche la possibilità di volgere lo sguardo altrove. Roma non è il mondo, ma è un mondo, una rappresentazione della vita sulla terra, un set sempre aperto, scena in eterno divenire.

Non è un film sulla decadenza, ma ciò che appare a prima vista è proprio la decadenza, lo scivolamento verso il vuoto fisico e di costume, verso l’oblio della coscienza.

Lo stile e la disinvolta raffinatezza di Jep Gambardella - ex scrittore di successo (autore del best seller “L’apparato umano”) e navigato giornalista che scrive per una rivista di successo, ma soprattutto esteta e indiscusso guru delle gaudenti notti romane - stridono fortemente con la stanca frivolezza, la disperata ricerca di un’originalità fondata sull’immagine, sui colori forti, sullo shock o sulla presenza scenica dei suoi amici, un circo di personaggi che brillano per stranezza o per supponenza, per  dabbenaggine o per cinismo, o più banalmente per antipatia.

L’umanità di Jep viene fuori, invece, in certi dialoghi con persone estranee al circo della mondanità e persino quando decide di calcare la recitazione al massimo fino al punto di non poterla più reggere (la scena del funerale), lasciando spazio alla sua dirompente sensibilità - capacità di sentire la vita, di ascoltare se stesso - che lo pone al di là (ma non al di sopra) dei suoi compagni di viaggio. Il suo leggero ma profondo sguardo sulle cose ci racconta molto più di lui che le intermittenti sventagliate di humour, a volte sottile e distaccato, altre volte feroce fino all’impietoso disvelamento della miseria altrui (la risposta alla scrittrice di partito, donna arrogante che esibisce come trofei il suo impegno civile “di donna e madre” e il suo ruolo nella società e nella famiglia, che sono solo finzione, rappresentazione di un mondo che esiste soltanto nell’immagine di sé).

La Grande Bellezza è un film pieno di ironia sulla vita, priva di difesa per assenza di amore, di profondità, di bellezza.

La bellezza c’è, appare, sorvola i tetti, è un volo di uccelli migratori spiccato da una meravigliosa terrazza romana (casa di Jep) dopo il soffio della Santa, è la scia degli aerei sui luminosi cieli capitolini. La bellezza non è la sfrenatezza delle notti capitoline, di una mondanità che sembra sopravvivere più che vivere.

Jep ammira il suo contrario: chi vive una vita semplice, fatta di profumi delicati e non inebrianti, la vita di chi va a letto presto dopo una giornata di lavoro (“che belle persone che siete!” dice sorridendo con sincerità al marito della donna da lui amata da giovane e alla sua nuova compagna).

Jep vuole ritrovarsi e riuscire finalmente a scrivere il suo « romanzo sul nulla », come aveva confessato Flaubert. Ogni dettaglio, ogni scena, ogni personaggio del film sembrano voler comunicare questa aspirazione e al contempo questa impossibilità di raggiungere o almeno di accostarsi alla Grande Bellezza, alla verità e alla profondità del sentimento umano. Prevalgono, invece, la paura e l’oblio, l’oscuramento di ogni forma d’amore verso le cose: sembra non vi sia alcuna libertà nell’ossessiva ripetizione dei riti mondani.

Eppure qualcosa si coglie, nelle fresche passeggiate mattutine di Jep, nelle corse improvvise delle monache che irrompono improvvisamente nella scena, intorno a un chiostro o sotto un porticato, per poi sparire nel nulla.

Poi, improvvisamente, arrivano le perdite. Jep fa di nuovo i conti con la vita vera. Tutto il bello che sembrava poter arrivare - o ritornare dal passato -  seppur tardivamente (Jep: “mi sento vecchio “ – Ramona: “giovane ‘n sei”), la profondità dell’amore e dell’amicizia, gli è subito negato, per scelta umana (la fuga di Romano dalla deludente Roma) o per destino (la morte di Ramona, ma anche il diario del suo amore giovanile, buttato via). Questi improvvisi lampi di verità e autentica bellezza, però, lo hanno ormai riportato a Itaca, alla sua giovinezza, all’amore perduto o non conosciuto fino in fondo, e lo indurranno a cercare ancora.

Jep non vuol più essere Re della mondanità romana, un ripiego, un’ammissione del suo umano fallimento, l’abbandono di ogni sogno di bellezza (“cercavo la Grande Bellezza e non l’ho trovata” risponde alla domanda di Suor Anna, la Santa, che chiede perché non avesse più scritto) e di ogni desiderio di spiritualità.

Per trent’anni Jep si è accontentato del pur esaltante“potere di far fallire una festa”, si è rassegnato a sedere sul suo trono di Re dei giullari, si è goduto il suo stare dentro al mondo standoci seduto sopra, ma la sua volontà di dominio del vacuo non è altro che una vendetta contro se stesso: Jep si detesta.

Io non mi amo!!!” urla nuda sulla scena l’attrice che durante l’intervista con Jep usa un linguaggio stereotipato e, da lui provocata, non sa spiegargli che cosa sia una “vibrazione”. Anche Jep non si ama e detesta, neppur troppo di nascosto, il suo mondo, ma gli ha sorriso con benevolenza perché sapeva di non poterne fare a meno.

Ma poiché tutto è perduto, tutto è da ri-cercare ancora, di nuovo.

Comincia un nuovo romanzo, ogni fine è un inizio. Si può di nuovo sognare il mare, ma stavolta solcandolo, non immaginandolo dietro a un soffitto.

Ultima modifica Mercoledì 16 Settembre 2015 16:04
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