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Scienza, diritto e trascendenza

Scritto da  Vincenzo Giarmoleo
Il conformismo stagnante, imposto dai grandi gruppi economico-finanziari dominanti, impedisce di focalizzare l’attenzione su ciò che è - e sarà sempre - essenziale all’uomo. In qualche modo, ci distrae, etimologicamente ci porta lontano dalla verità, che si persegue solo attraverso il rapporto tra umano e trascendente. Non a caso, la scienza dominante è quasi del tutto asservita al marketing, la cui funzione consiste nel generare artificiosamente bisogni non essenziali. Soltanto la soddisfazione - mediante continui acquisti di beni e servizi - di tali bisogni indotti consente la crescita economica, soprattutto nei paesi sviluppati. E’ un'affannosa corsa verso il vuoto, scavato con sadica cura da chi (in modo interessato alcuni, inconsapevolmente folle gran parte degli altri) propala il dogma della tecnologia, del progresso e della crescita continua. Martin Heidegger, convinto che l’uomo fosse del tutto schiavo della tecnica, nella celebre intervista  postuma pubblicata da Der Spiegel (rilasciata nel 1976) aveva avvertito: “ormai solo un Dio ci può salvare”. Noi siamo nati in luoghi antichi, fondati dai greci, perciò abbiamo dentro lo spirito che ci spinge verso la ricerca della verità - quello spirto guerrier ch’entro mi rugge, poetava il Foscolo, nel sonetto Alla sera, lui pure nato nella greca Zante -  e per tale ragione non possiamo non percepire la Hýbris dell’uomo contemporaneo. Non rubò, forse, Prometeo il fuoco (ma anche l’intelligenza e la memoria necessarie per poterlo usare) agli Dei e per tale grave oltraggio subì la più terribile delle vendette, straziato, in catene, nel petto e nel fegato divorati da un’aquila?  Questo - sappiamo attraverso il linguaggio mitologico, che trasmette l’essenza del sapere, anche quello pratico - è il destino riservato a chi osa rubare agli dei per dare agli uomini. Noi, uomini del secolo ventunesimo, non siamo figli d’un titano né cugini di Zeus, ma abbiamo ucciso gli dei, dopo averli derubati: la sapienza ormai è perduta. Lo scrittore contemporaneo Massimo Fini, pensatore tutt’altro che conformista, ha scritto nel 1985 un libro molto critico nei confronti del pensiero illuministico e della paradossale fede cieca nella ragione. Il titolo del libro è … “La ragione aveva torto”! Il diritto - lo diceva Pugliatti - soccorre al bisogno, perciò arriva sempre dopo la realtà. In qualche modo incanala il reale, tentando di dare un senso compiuto alle relazioni umane, governando interessi contrastanti, contrapposti, divergenti. Ma senza il fondamento primo di ogni umano agire, senza lo spirito, la vera motivazione, l'attività desiderante (de sidera) che cosa potrà mai governare la scienza giuridica che - seppur antica e fondante le comunità umane - annega (in Europa soprattutto) nel particulare, nell’interesse misurato millimetricamente, nell’ipertrofia legislativa che abbraccia in una morsa e stritola lo spirito creativo, generando caos invece che ordine, incertezza invece che certezza, liti piuttosto che accordi, guerra piuttosto che pace, morte invece che vita (pensiamo al biodiritto, alle tematiche relative al testamento biologico, all’eutanasia, al tentativo di governare, con la scienza e col diritto, anche la morte individuale così come la nascita di ogni forma di vita attraverso la manipolazione biogenetica). Il mito del paradiso terrestre ci insegna che la cultura è manipolazione: l’albero del bene e del male è detto anche albero della conoscenza. Ma quale conoscenza è buona, senza la virtute? Quale virtute, senza il divino
Ultima modifica Mercoledì 16 Settembre 2015 16:27
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