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Vincenzo Giarmoleo

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Elaborare un commento tecnico su un documento di programma denominato linee guida per la riforma, è sempre operazione liminare e in ogni caso non definitiva, come non lo è il testo presentato dal Governo il 12 maggio 2014, perché il Consiglio dei Ministri, in data 27 giugno 2014 – nelle more si aprirà il confronto sul tema tra governo e i soggetti interessati - lo trasformerà in disegno di legge delega. 
Il procedimento scelto è la collaudata modalità prevista all’articolo 76 Cost., quella della legge delega da approvare da parte delle camere, cui il governo darà poi concreta attuazione con decreti delegati che dovranno rispettare principi e criteri direttivi indicati nella delega.
L’obiettivo enunciato è ambizioso: si tratta, finalmente, di metter mano alle strutture disciplinate nel Libro I Titolo II del codice civile per armonizzarlo con le successive leggi settoriali e con le numerose norme tributarie, mediante lo strumento del Testo Unico. Ne dovrebbe risultare un Codice degli enti non profit che realizzi il pieno coordinamento fra strutture giuridiche, finalità sociali e trattamenti fiscali di favore, nel quadro costituzionale disegnato dagli articoli 2 e 118 Cost., in sintonia con i principi di solidarietà sociale e di sussidiarietà. 
Dal punto di vista politico, la riforma del terzo settore, secondo le linee guida, è insieme modello e strumento di realizzazione d’un nuovo Welfare di partecipazione, ove il Terzo settore possa diventare il primo per importanza strategica, un locomotore trainante l’economia che oggi arranca anche perché appare non più governata o, peggio ancora, ingovernabile. 
Riguardo al Welfare, sarebbe interessante poter conoscere idee e progetti del governo in merito all’apertura al privato sociale di mercati strategici come sanità e previdenza, considerati servizi pubblici per antonomasia, cui però non si fa cenno nelle Linee Guida. Si dice di voler valorizzare potenzialità e crescita delle organizzazioni non profit, le loro risorse professionali e le relative opportunità di lavoro, ma non si inserisce alcun cenno, nel dibattito per la riforma del terzo settore, ai due settori più impegnativi per lo Stato e per gli enti locali, più penalizzanti per il bilancio pubblico e oggetto di critiche per inefficienza, sprechi ed oneri: potrebbe essere un’occasiona persa. Politica e P.A. dettino le regole d’ingaggio per l’ingresso del privato sociale nel mercato dei servizi essenziali e si liberino, una volta per tutte, di costi e clientele legati a sanità e previdenza pubbliche. Proviamo a elencare qui di seguito positività, criticità e contraddizioni contenute nelle linee guida:
1) tra gli obiettivi strategici delle riforma troviamo la promozione dei comportamenti donativi e prosociali di cittadini e imprese: un favor per il fundraising, dunque, inteso sia in senso economico che di incentivo all’aumento della sensibilità sociale e alla sua conversione in tempo donato e risorse prestate da cittadini privati e imprese alle organizzazioni non profit. Ciò è positivo in sé, ma dovrà essere accompagnato da politiche di liberalizzazione delle risorse economiche e finanziarie, senza le quali il terzo settore non potrà avere un futuro di crescita.
2) identificare e ritagliare specifici spazi alle strutture giuridiche dell’autentico non profit in modo che emergano soltanto i soggetti, con o senza personalità giuridica, che perseguano finalità pubbliche o di utilità o di promozione sociale: concetti e formule che però, in assenza d’una traduzione in concrete e selezionate attività, restano contenitori vuoti, che vengono poi riempiti, se non dal legislatore con definizioni puntuali, dalla giurisprudenza o dalla prassi, in modo non sempre appropriato.
3) di conseguenza, eliminare e restituire al mercato profit le figure giuridiche di confine, che opportunisticamente interpretano in modo azzardato alcune norme fiscali di favore, utilizzando la forma associativa come schermo, per poi fornire servizi o beni a costi inferiori rispetto alle aziende concorrenti nel mercato, tutelando invece le imprese che non forzano il disposto normativo e che sono penalizzate da slealtà e scorrettezza e dai comportamenti elusivi di sedicenti enti non profit.
4) Pubblica amministrazione e Terzo settore devono essere le gambe su cui fondare una nuova Welfare society: affermazione condivisibile e ambiziosa, da tradurre in concreto con coraggio e determinazione, eliminando carrozzoni pubblici inefficienti e costosi e abbattendo le barriere d’ingresso al privato sociale che ancora impediscono alle aziende non profit di partecipare alla gestione e all’erogazione dei servizi pubblici essenziali.
5) beni e i servizi di interesse generale devono poter essere offerti da imprese sociali. Diventa indispensabile, a questo punto, definire soggetti e ruolo delle c.d. imprese sociali, struttura giuridica (societaria, finalmente … o deve restare un eterno tabù?) e governance, con possibilità di generare utili e anche di distribuirli ai soci, definendo meglio obiettivi sociali possibili e mezzi da impiegare per raggiungerli, ponderando l’opportunità di introdurre benefici tributari a favore di dette imprese e condizioni per ottenerli.
6) l’idea di rilanciare un Servizio civile nazionale universale, purché non obbligatorio, di durata non eccessiva, fondato sul valore di difesa della Patria (etimologicamente, terra dei padri: sterilizziamo il concetto deprivandolo d’ogni pulsione retorica) pare stimolante e di alto valore formativo. Occorre immaginare una nuova educazione e coscienza civica che si esprimano, al più alto livello, in termini di cittadinanza attiva e consapevole, e questo percorso si snoda attraverso il lavoro nel privato sociale che può generare sensibilità rispetto ai valori fondanti di convivenza civile e che formi nuove e alte professionalità. Le linee guida lo descrivono come volontario, fino a un massimo di 100.000 unità all’anno per i primi tre anni, formato da giovani -  di età non definita – per una durata minima di otto mesi, prorogabile di quattro mesi, con partecipazione degli stranieri (va benissimo: ma allora il riferimento alla Patria appare davvero retorico e fuori luogo) e previsione di benefit per i volontari come: crediti formativi universitari, tirocini universitari e professionali, riconoscimento delle competenze acquisite durante il servizio. Si prevede la possibilità di stipulare accordi tra Regioni e Province Autonome e con le associazioni di categorie degli imprenditori, delle cooperative e del terzo settore, allo scopo di facilitare l’ingresso sul mercato del lavoro dei volontari e infine la possibilità di servire come volontario civile in un altro paese UE in regime di reciprocità (valgano le osservazioni sopra dette a proposito del riferimento alla Patria).
7) Stabilità al sostegno economico pubblico e privato del terzo settore che sia compatibile con la riduzione al minimo dei rischi di elusione fiscale: obiettivo che se fosse riferito già soltanto al 5 per mille IRPEF, sarebbe già apprezzabile, ma è comprensibile e giusto che la riforma debba essere più ambiziosa al riguardo. 
Ma vediamo di concentrare l’esame sui punti “tecnici “ del progetto di riforma. In primo luogo vi è la riforma del codice civile con introduzione o modifica delle norme che riguardano la costituzione degli enti e la loro autonomia statutaria, con particolare riguardo ai soggetti privi di personalità giuridica (associazioni e comitati), definizione dei requisiti sostanziali degli enti ed eventuali limitazioni di attività. Qui si apre un duplice possibile scenario: il legislatore della delega opterà per modelli organizzativi tipici e neutri, come quelli del codice vigente, nel pieno rispetto del principio di neutralità delle forme giuridiche, o verranno specificate e delimitate le finalità perseguibili (introducendo, quindi, limiti teleologici alle forme civilistiche tipiche del non profit)? E’ un prima domanda che attende risposta. La seconda riguarda i principi di democraticità e di partecipazione alle strutture di governance. Saranno vincolanti per tutte le forme giuridiche del non profit (fondazioni comprese, con ciò stravolgendo l’originaria struttura e forse anche la funzione, una volta per tutte) o saranno applicati, come nell’attuale regime, soltanto ad alcuni enti associativi (Onlus etc.)? Quanto all’obbligo di trasparenza e di comunicazione economica e sociale all’esterno, non è chiaro se si opterà per l’obbligatorietà del bilancio sociale per tutte le organizzazioni non profit. Il rischio è che si producano nuove certificazioni e certificatori pronti a tuffarsi nel nuovo mercato senza che il bilancio sociale generi più efficacia ed efficienza nei processi aziendali e una migliore consapevolezza degli obiettivi strategici dell’organizzazione da parte degli stakeholder.
In tema di responsabilità degli organi di governo ci si domanda se la riforma recherà l’estensione delle norme societarie di responsabilità degli amministratori anche alle organizzazioni del privato sociale, come sarebbe opportuno e come da tempo si richiede. Sul punto delle procedure per il riconoscimento della personalità giuridica, si invoca un intervento legislativo che semplifichi, da un lato, e dall’altro renda uniforme la prassi - oggi eterogenea - delle indicazioni delle prefetture, competenti a pronunziarsi sul riconoscimento ex DPR 361/2000. Occorre stabilire una volta per tutte il capitale sociale minimo richiesto da sottoscrivere e da versare in sede di costituzione avanti al notaio per le associazioni e per le fondazioni che aspirano a ottenere la personalità giuridica, risolvendo così alla radice le incertezze createsi per effetto di differenti interpretazioni - delle prefetture competenti per territorio - del concetto di adeguatezza del patrimonio allo scopo dell’ente da riconoscere. La proposta di legge di riforma n.165 del 15.3.2013 (proposta Bobba) prevedeva, giustamente, l’attribuzione al notaio delle competenze sul  riconoscimento - con una sorta di omologazione formale - e delle successive modifiche statutarie. La riforma imminente indica, nelle linee guida, soltanto l’obiettivo da raggiungere: semplificazione e snellimento delle procedure, anche attraverso la digitalizzazione telematica. Vedremo che cosa significherà in concreto. 
Anche sul tema della diversificazione dei modelli organizzativi in ragione della dimensione economica dell’attività, dell’utilizzazione prevalente o rilevante di risorse pubbliche e del coinvolgimento della fede pubblica, la proposta Bobba del 2013 proponeva soluzioni interessanti; infatti, per le organizzazioni più importanti economicamente, per quelle che utilizzano fondi pubblici o che sollecitano la fede pubblica, si introducevano particolari regole di trasparenza e di informazione, una peculiare disciplina organizzativa e controlli pubblici. Le linee guida menzionano il tema senza indicare il criterio da impiegare per diversificare i modelli. Saranno oggetto di intervento anche i criteri di gestione economica delle organizzazioni, l’accertamento e i controlli di autenticità dell’attività svolta (con verifiche sui risultati o mediante accertamenti formali?) e il principio di tenuta di contabilità separate per attività istituzionale e attività imprenditoriale (già previsto da alcune norme fiscali).
Quanto alla codificazione dell’impresa sociale si pone un punto interrogativo, nel silenzio delle linee guida: il legislatore della riforma avrà il coraggio di sciogliere il nodo gordiano che da sempre tiene prigioniero il settore di vetusti principi e di ataviche paure? Si concederà finalmente la possibilità di perseguire finalità sociali - magari con controlli seri sui risultati finali - organizzandosi anche in strutture societarie con libertà di produrre, impiegare e destinare gli utili prodotti, compresa la distribuzione di dividendi ai soci? La fondazione società per azioni o l’associazione commerciale diventeranno finalmente realtà, come nel più pragmatico diritto tedesco? Naturalmente, la massima libertà organizzativa, d’impiego e di destinazione finale degli utili dovrà implicare, da una parte, il pieno rispetto dei principi comunitari di libera concorrenza, dall’altra, l’assenza di agevolazioni fiscali dirette o indirette (fatto salvo, a nostro avviso, un ponderato favor fiscale per i donatori). Le indicazioni fornite dal documento governativo sulla riforma non sono, tuttavia, molto chiare. Al punto 9 delle linee guida si parla di:
9) superamento della qualifica opzionale di impresa sociale, rendendo non facoltativa ma obbligatoria l’assunzione dello status di impresa sociale per tutte le organizzazioni che ne abbiano le caratteristiche, senza tuttavia indicarle in concreto. Rispetto all’impresa sociale disegnata dal D.Lgs. 155/2006, l’obbligatorietà della qualifica è un’ingombrante novità, la cui ratio è difficile da comprendere facendo riferimento alle caratteristiche dell’impresa sociale delineate nelle stesse linee guida (ai successivi punti da 10 a 15), vale a dire:
10) ampliamento delle materie di particolare rilievo sociale, che ne definiscono l’attività; 
11) ampliamento delle categorie di lavoratori svantaggiati;
12) previsione di forme limitate di remunerazione del capitale sociale: dal nostro punto di vista, non vi è alcuna ragione di limitare la remunerazione del capitale, se si predispongono i controlli necessari a verificare il raggiungimento degli obiettivi sociali mediante l’attività concretamente svolta;
13) riconoscimento delle cooperative sociali come imprese sociali di diritto: mettendo, per un attimo, da parte il problema della qualifica dell’uno e dell’altro modello di impresa, si rischia di generare ulteriore confusione, visto che le cooperative sociali sono già Onlus di diritto. Occorrerà decidere una volta per tutte se imprese sociali sono le cooperative sociali ovvero se tale qualifica debba attribuirsi a un modello organizzativo completamente nuovo e diverso dalle prime.
14) armonizzazione delle agevolazioni e dei benefici di legge riconosciuti alle diverse forme del non profit: è una previsione fuori contesto, perché contenuta nel bel mezzo di un’elencazione di caratteristiche delle future imprese sociali, che però acquista senso compiuto se è riferita a organizzazioni non profit che non sono imprese sociali. E’ evidente, in ogni caso, ove si adotti un concetto moderno di impresa sociale che possa liberamente distribuire utili ai soci, che occorrerà differenziare invece che armonizzare agevolazioni e benefici, tenendo conto del divieto comunitario di fornire aiuti di Stato anche indirettamente tramite politiche di  favor tributario. Nelle linee guida si prevede di introdurre incentivi che indirettamente favoriscano le imprese sociali, mediante detrazioni e deduzioni fiscali a favore degli “utenti” e mediante l’utilizzo di voucher. Qui occorrerà trovare il delicato bilanciamento tra opposti principi e tutele che, su questo piano, entrano in frizione.
15) promozione di un Fondo per le imprese sociali e sostegno alla rete di finanza etica: sarà di incentivo allo sviluppo economico e finanziario dell’impresa sociale, specie se le si concederà la possibilità di ricorrere ai capitali privati a fronte dell’emissione, ad esempio, di obbligazioni sociali o solidali, meglio se nel contesto di una puntuale normativa che istituisca e disciplini una borsa del privato sociale, nell’ambito della quale acquistino valore sistematico previsioni di premi e trattamenti fiscali di favore per i risparmiatori che decidano di investire in titoli finanziari etici, come norme e incentivi che le stesse linee guida - al punto 27 - prevedono di definire in sede di legge delega. 
Si spera di sbagliare su questo punto tuttavia l’impressione che si trae dalla lettura di queste indicazioni è che per implementare la c.d. impresa sociale si voglia clonare l’assetto giuridico delle cooperative sociali, con differenze minime e quasi irrilevanti, ciò che, ovviamente, renderebbe inutile l’intervento in materia. 
Si prevede pure una revisione della legge 266/91 sul volontariato sulla base di  una serie di criteri, tra i quali: la formazione alla cittadinanza del volontariato nelle scuole, idea meritevole di educazione civica, se comporta la partecipazione attiva a concrete attività, in forme da studiare con cautela e attenzione; revisione del sistema degli albi regionali e istituzione di un registro nazionale, interessante se si riorganizza su base nazionale tutto il sistema degli albi e degli elenchi, anche per Onlus e associazioni di promozione sociale; riduzione degli adempimenti burocratici e introduzione di modalità adeguate e unitarie di rendicontazione economica e sociale: non si può non esser d’accordo, purché la rendicontazione (bilanci economici e sociali) non diventi ulteriore carico di burocrazia per le OdV; introduzione di criteri più trasparenti nel sistema di affidamento in convenzione dei servizi al volontariato, promozione e riorganizzazione del sistema dei centri di servizio quali strumenti di sostegno e supporto alle associazioni di volontariato.
La revisione della legge 383/2000 sulle associazioni di promozione sociale dovrà invece razionalizzare le modalità di iscrizione ai registri, ridefinire l’Osservatorio Nazionale dell’Associazionismo (è stato molto criticato: sarà meglio eliminarlo, con i relativi sprechi?) predisporre una migliore definizione delle modalità di selezione delle iniziative e dei progetti di formazione e sviluppo e infine armonizzare il regime delle agevolazioni fiscali rispetto a quello di altre categorie di enti non profit (ci si riferisce alle Onlus?).
Infine, si ripropone la istituzione di una vera e propria Authority del Terzo Settore, come nel progetto Bobba. In mancanza di indicazioni anche solo sintetiche, non si può far altro che auspicare si tratti di un’Autorità davvero terza e indipendente, formata da personale di alta competenza e con dotazione patrimoniale adeguata, che abbia forti poteri di controllo e non solo di moral suasion sulle organizzazioni non profit e che si imponga come punto di riferimento concreto di un mondo che il legislatore intende riportare alla giusta dimensione, intraprendendo l’ambizioso progetto del Testo Unico / Codice degli enti non profit che coordini le numerose discipline esistenti, fiscali e civilistiche, oggetto di revisione. Tale razionalizzazione dovrebbe riportare la materia, sotto il profilo costituzionale, nell’ambito dei principi di sussidiarietà verticale ed orizzontale di cui all’articolo 118, 4°comma, Cost., con particolare riferimento a una nuova idea di servizi sociali, gestiti dallo Stato e degli enti locali in collaborazione con le organizzazioni non profit che saranno autorizzate e accreditate all’erogazione e gestione dei servizi in base a precisi requisiti da individuare.
Un esame a parte meritano i punti che trattano l’ormai celebre 5 x 1000 IRPEF. Di esso si parla come mezzo di stabilità e di ampliamento delle forme di sostegno economico pubblico e privato al Terzo Settore. Se ne prevede il potenziamento e ciò  dovrebbe farci immaginare che si realizzi, prima, la stabilizzazione che ancora manca e che sarebbe già potenziamento, unitamente all’abbattimento del tetto massimo di spesa (altro punto menzionato nelle linee guida).
La riforma prevede la revisione dell’ambito soggettivo, l’identificazione stabile dei beneficiari del 5x1000 che andranno inseriti in un elenco liberamente consultabile, con l’obbligo di pubblicazione dei bilanci secondo una schema standard; si prevede pure la possibilità di destinare anche il 5 x 1000 delle c.d. imposte sostitutive per i contribuenti minimi, finora esclusa. Infine, la semplificazione delle procedure di calcolo ed erogazione che oggi comportano due anni di attesa per gli aventi diritto.  
Tra i mezzi di stabilizzazione del sostegno economico al terzo settore sono inclusi anche i titoli di solidarietà di cui al D.Lgs. 460/97, l’estensione dell’equity crowdfunding, un voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia (c.d. secondo welfare, da definire), il riassetto dei vantaggi fiscali su imposte dirette e indirette a favore del terzo settore chiarendo finalmente il concetto di modalità non commerciale (proposito assai ambizioso … ci riusciranno senza far danni?), trattamento di favor fiscale per i titoli finanziari etici (da definire), nuove modalità di assegnazione in convenzione d’uso di immobili pubblici inutilizzati a soggetti non profit e infine la riforma dell’attuale meccanismo di destinazione e di assegnazione dei beni mobili e immobili confiscati alla criminalità, che dovrà coinvolgere maggiormente le organizzazioni non profit nella gestione di detti beni, nel quadro di iniziative di imprenditoria sociale.
Vincenzo Giarmoleo
Venerdì 30 Maggio 2014 11:23

VITA NonProfit Maggio 2014 articolo

D. Assieme ad altre persone vorremmo costituire un comitato Onlus ai sensi del D.Lgs. 460/97. Il comitato si prefigge come scopo la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico e culturale della Chiesa Madre di Marsala e i suoi beni.
Può un comitato siffatto raccogliere fondi per il suo scopo sociale? E' necessario acquisire la personalità giuridica?
R. Per poter ottenere la qualifica di Onlus e per godere dei relativi benefici tributari, il comitato in esame dovrà iscriversi all'anagrafe delle Onlus di cui all'articolo 11 D.Lgs. 460/97 e quindi dovrà predisporre uno statuto che rispetti puntualmente le prescrizioni del d.lgs. 460/97. Il comitato Onlus che Lei descrive potrà allora certamente - ai sensi dell’articolo 2 D.Lgs. 460/97 - effettuare raccolte fondi per i propri fini istituzionali, beneficiando delle norme ivi previste.
Venerndo al secondo quesito, il comitato di per sé non si presta ad avere la personalità giuridica: ove decida, in seguito, di richiederla, dovrà predisporre uno statuto di ente avente forma giuridica di associazione o di fondazione.
Vorrei aggiungere che, trattandosi di un fine collettivamente rilevante, che può coinvolgere le risorse civili e istituzionali del territorio di riferimento, forse meriterebbe maggiore ambizione, vale a dire, tentare di promuovere una fondazione di partecipazione, aperta a tutti i soggetti che vogliano farne parte, a cominciare dalle istituzioni territoriali, dalla Chiesta locale, da cittadini e imprese (istituti di credito, etc.) che manifestino interesse a promuovere i fini da Lei indicati.

Sollecitato da più parti, come potrete leggere su Vita.it (*), il Ministero della Giustizia è intervenuto con due note esplicative dell'Ufficio Legislativo, oltre che con la circolare di ieri 3.4.2014. 

La prima nota chiarisce definitivamente che l'obbligo in questione non riguarda i volontari: il 2° comma dell'articolo 25 bis del TU modificato riserva, infatti, la sanzione pecuniaria al "datore di lavoro", facendo riferimento a un rapporto di lavoro in senso sinallagmatico, mentre tale non è l'opera dei volontari, in quanto priva di una controprestazione.

La seconda nota riporta le rassicurazioni dell'ufficio del casellario centrale in ordine alla tempestività del rilascio dei certificati penali richiesti ex art. 25 bis, che dovrebbe avvenire entro qualche giorno dalla richiesta.

Nelle more della richiesta del certificato penale di cui al 25-bis (che, ribadiamo, va fatta solo per i lavoratori non  volontari) il datore di lavoro  potrà comunque assumere se il lavoratore produrrà l'autocertificazione (dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà) . 

http://www.vita.it/welfare/minori/ceritificato-penale-la-vittoria-del-volontariato.html

Il Dipartimento per gli Affari di Giustizia, Direzione Generale della Giustizia Penale, Ufficio III, ha diramato una circolare, reperibile sul sito internet del Ministero della Giustizia - https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_8_1.wp?previsiousPage=mg_16_1&contentId=SDC1000885 - avente ad oggetto l'articolo 2 D.Lgs. 39/2014, che impone un nuovo obbligo ai datori di lavoro, a partire dalla data della sua entrata in vigore, il 6 aprile 2014: per ogni operatore che essi intendano impiegare per svolgere attività professionali o volontarie organizzate che importino contatti diretti e regolari con minori, dovranno chiedere all'ufficio del casellario giudiziale un certificato penale, al fine di verificare l'eventuale esistenza di condanne per reati di prostituzione e pornografia minorile, detenzione di materiale pornografico, pornografia virtuale e adescamento di minori, ovvero l'irrogazione di sanzioni  interdittive all'esercizio di attivita' che comportino contatti diretti e regolari con minori. 
La circolare specifica che, in aderenza alle disposizioni di legge sulla privacy, l'ufficio del casellario centrale sta operando sul sistema informativo per fornire al datore di lavoro il certificato che contenga soltanto le eventuali iscrizioni di provvedimenti riferiti ai reati indicati dalla norma (articolo 25 bis DPR 14.11.2002 n. 313, Testo Unico sul casellario giudiziale) e che nelle more di tale adeguamento del sistema, gli uffici locali del casellario presso ogni Procura della Repubblica forniranno al datore di lavoro - che dimostri di aver acquisito il consenso dell'interessato - l'attuale certificato penale del casellario giudiziale ex articolo 25 TU, denominato "certificato penale del casellario giudiziale".
A tale scopo, la circolare allega un modello di richiesta del certificato unitamente al modello per l'acquisizione del consenso dell'interessato.
Ciò dovrebbe significare che, una volta adeguato il sistema informativo alla privacy, il consenso dell'interessato non sarà più necessario perché il certificato potrà (dovrà) essere richiesto direttamente dal datore di lavoro. Ma se, nelle more, l'interessato negasse il consenso, il datore di lavoro sarebbe liberato dall'obbligo suddetto?
Non è neppure del tutto chiaro se la norma in oggetto, alla luce della circolare, imponga l'obbligo per tutti i rapporti di lavoro oppure soltanto per quelli nuovi, costituiti dal 6 aprile 2014 in poi.
Se così fosse, come sembra a prima lettura, il datore di lavoro dovrebbe poter dimostrare quali siano i rapporti già attivi a quella data e ciò per le attività professionali non sarebbe difficile, valendo i contratti stipulati, ma per i volontari? 
Per le cooperative sociali, ex articolo 2 legge 381/91, dovrebbe valere l'iscrizione nel libro soci. 
Per le OdV, ai sensi dell'articolo 4 legge 266/91, potrebbero giovare allo scopo le polizze assicurative contro infortuni e malattie e per la responsabilità civile; così come per le associazioni di promozione sociale, ex articolo 30, 3° comma, legge 383/2000.
E ancora: dato che la validità del certificato in oggetto è di soli sei mesi, quid juris alla scadenza? occorrerà richiedere nuovi certificati (con crescita esponenziale dei costi per le aziende non profit)?
La circolare specifica che i costi sono quelli attualmente previsti dalla legge per il rilascio all'interessato, fatti salvi di casi di esenzione dal bollo ai sensi del DPR 642/72, tabella allegato B. 
Ciò vuol dire che saranno esenti dal bollo le Onlus e le organizzazioni di volontariato, ove siano datori di lavoro a richiedere il certificato, una volta adeguato il sistema informativo, e quindi non nella prima fase sopra descritta, nella quale sarà fornito il certificato penale ex art. 25 TU - vale a dire quello richiesto dall'interessato - e non il certificato di cui all'art. 25 bis, vale a dire quello richiesto dal datore di lavoro?
Infine, la circolare segnala per eventuali chiarimenti o informazioni l' help desk al numero 06.97996200.
Come si vede, i chiarimenti posti dalla circolare del Ministero della Giustizia non sono sufficienti e anzi sorgono ulteriori domande che dovranno ricevere pronta e urgente risposta da parte delle pubbliche amministrazioni, nei prossimi giorni.
Il prossimo 6 aprile 2014 entrerà in vigore l'obbligo di richiedere il certificato  penale  del casellario giudiziale per il datore di lavoro che intenda impiegare al lavoro una  persona per lo svolgimento di attivita' professionali o attivita' volontarie organizzate che comportino contatti diretti e regolari con minori, al fine di verificare l'esistenza di condanne per taluno dei reati di cui agli articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies e 609-undecies del codice penale (prostituzione e pornografia minorile, detenzione di materiale pornografico, pornografia virtuale e adescamento minori) ovvero l'irrogazione di sanzioni interdittive all'esercizio di attivita' che comportino contatti diretti e regolari con minori. 
Il datore di lavoro che non adempie a tale obbligo e' soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria compresa fra Euro 10.000 e Euro 15.000.
La norma che impone l'obbligo è l'articolo 2 del decreto legislativo n.39 del 4.3.2014 - decreto attuativo della Direttiva UE 2011/93, finalizzata alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei minori e contro la pornografia - che ha aggiunto l'articolo 25 bis, 1° e 2° comma, al DPR 313/2002, Testo unico in materia di casellario giudiziale.
Perciò entro il  6 aprile tutte le organizzazioni che impiegano personale - volontario o meno - le cui mansioni comportino contatti diretti e regolari con minori dovranno produrre un certificato penale. 
La norma pone alcuni problemi ed interrogativi, cui occorrerà dare risposta in tempi brevi: 
1) se sia possibile utilizzare l'autocertificazione invece che produrre un vero e proprio certificato del casellario giudiziale;
2) ove l'ente goda della qualfica di Onlus, se sia esente dall'imposta di bollo;
3) l'aggravamemto dei costi delle organizzazioni non profit che lavorano con e per i minori; 
3) l'intasamento degli uffici del casellario giudiziale, che saranno inondati dalle richieste dei datori di lavoro di certificazioni con la conseguenza che sarà impossibile l'adeguamento all'obbligo nei termini di legge da parte di tutti;
4) la citata norma del D.Lgs. 39/2014 dovrebbe dare attuazione alla direttiva UE n. 2011/93, ma in realtà trasforma il diritto di informazione del datore di lavoro, previsto dalla norma UE, in un obbligo a carico di quest'ultimo. Al paragrafo 40 delle premesse della Direttiva 2011/93/UE si legge infatti che "i datori di lavoro hanno il diritto di essere informati, al momento dell’assunzione per un impiego che comporta contatti diretti e regolari con minori, delle condanne esistenti per reati sessuali a danno di minori iscritte nel casellario giudiziario o delle misure interdittive esistenti".
Inoltre l'articolo 10, 2° comma, Dir. 2011/93/UE stabilisce che "gli Stati membri adottano le misure necessarie per assicurare che i datori di lavoro, al momento dell’assunzione di una 
persona per attività professionali o attività volontarie organizzate che comportano contatti diretti e regolari con minori, abbiano il diritto di chiedere informazioni (...) con ogni mezzo appropriato, quali l’accesso su richiesta o tramite l’interessato, sull’esistenza di condanne penali (...) iscritte nel casellario giudiziario, o dell’esistenza di eventuali misure interdittive dell’esercizio di attività che comportano contatti diretti e regolari con minori derivanti da tali condanne penali".
Seguiremo la questione, confidando nel buonsenso da parte del legislatore o della pubblica amministrazione...
Fondazione dell’Avvocatura Torinese Fulvio Croce
Torino, via Santa Maria n. 1
Martedì 8 Ottobre 2013
Enti non profit: il punto su alcuni temi di rilevante interesse
prof. avv. Vincenzo Giarmoleo:
- Le fondazioni di partecipazione: un aspetto da seguire?
- Il progetto di riforma del codice civile sugli enti non profit

La proposta di legge n.165 agli atti della Camera dei Deputati nella XVII Legislatura ha ad oggetto la riforma del libro I, titolo II del codice civile. Le novità più rilevanti riguardano: la distinzione tra enti non profit, riconosciuti e non, che utilizzano fondi e finanziamenti pubblici o che si avvalgono di fondi raccolti mediante pubbliche sottoscrizioni, ai quali vengono associati più penetranti controlli e regole di condotta, ed organizzazioni che utilizzano in prevalenza fondi privati; nonché il nuovo assetto della responsabilità patrimoniale degli enti riconosciuti, assimilata all'autonomia patrimoniale perfetta delle società e la conferma, per le associazioni non riconosciute, della responsabilità patrimoniale imperfetta ex art. 38 c.c. Il procedimento di riconoscimento è assimilato a quello delle società di capitali, ma è introdotta una condizione per conservare la limitazione di responsabilità connessa alla personalità giuridica: salvo il caso in cui l'ente abbia stipulato una polizza assicurativa a copertura del rischio, deve risultare un adeguato rapporto tra mezzi patrimoniali propri e indebitamento complessivo; altrimenti, l'ente rischia la perdita dello schermo patrimoniale.

Vengono rafforzati e ridefiniti i diritti degli associati nelle associazioni e quelli dei componenti degli organi della fondazione, introducendo la disciplina dei vizi e delle impugnazioni delle delibere assembleari o degli amministratori, i limiti alla raccolta di deleghe per il voto nelle associazioni, l'esercizio delle azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori e la possibilità di denunzia al Tribunale di gravi irregolarità nella gestione sia da parte dell'organo di controllo sia da parte di minoranze qualificate di associati. Andranno disciplinati e tutelati i diritti patrimoniali dei soci recedenti in caso di modifica dello scopo o di trasformazione eterogenea, diritti negli altri casi esclusi.

Si introduce per la prima volta la possibilità per l'ente non profit di sollecitare il pubblico risparmio con l'emissione di titoli di debito, ove siano fornite idonee garanzie.

Le fondazioni sono distinte in enti che hanno in prevalenza scopo di pubblica utilità ed enti a scopo prevalentemente privato, e ancora in enti che si avvalgono di contributi pubblici e ed enti che si finanziano in prevalenza con fondi privati; infine, vi sono quelle il cui scopo riguarda categorie chiuse di persone. A ciascuna tipologia di fondazione è dedicata una in parte diversa disciplina, più restrittiva dell'autonomia statutaria ove i fini siano collettivi, di maggiore autonomia nel caso opposto. A tutte le fondazioni si applica un regime di estinzione che tuteli la destinazione originaria del patrimonio, fatta salva la trasformazione eterogenea che andrà meglio disciplinata escludendo la competenza dell'autorità amministrativa ma introducendo ulteriori limiti.

Per la prima volta si disciplina l'impresa strumentale esercitata dall'ente non profit, che giurisprudenza e dottrina avevano già ammesso. L'impresa deve essere strettamente connessa alla realizzazione degli scopi istituzionali, con previsione d'una peculiare responsabilità patrimoniale e di obblighi di contabilità separata per attività istituzionali e attività d'impresa e infine con l'assoggettabilità alle procedure concorsuali dell'ente che la esercita. Infine, si segnala la reintroduzione e il potenziamento dell'Agenzia per il Terzo Settore, al fine di trasformarla in vera Authority e l'aumento dei fondi ad essa destinati. La proposta di legge presenta qualche lacuna e alcune imprecisioni tecnico giuridiche, ma l'impianto è buono e gli obiettivi sono condivisibili.

avv. prof. Vincenzo Giarmoleo

Le fondazioni di comunità hanno origine negli Stati Uniti (c.d. Community Foundations) nell’anno 1914, in cui venne fondata la Cleveland Foundation dal banchiere Frederick H.Goff. Egli intuì che per gestire donazioni e lasciti depositati da soggetti privati in banca senza destinazioni specifiche occorreva istituire una struttura che individuasse, con l’ausilio di personalità impegnate a favore della comunità territoriale, i bisogni da colmare e gli enti non profit in grado di realizzare i progetti. Il modello si è poi diffuso in Europa dagli anni ‘90 in avanti e anche in Italia per merito della Fondazione Cariplo che ha istituito ben 15 delle attuali 32 f. di comunità italiane (in prevalenza nel centro-nord).

Le f. di comunità sono enti non profit di diritto privato. Trattandosi di un tipo funzionale piuttosto che di un nuovo tipo giuridico, la normativa di riferimento è quella delle fondazioni di diritto comune, vale a dire il codice civile, Libro I, Titolo II.

Si applicherà la disciplina introdotta dal D.Lgs. 460/1997 soltanto qualora l’ente intenda strutturarsi come Onlus, registrata presso l’anagrafe delle Onlus, tipologia giuridica che attribuisce una qualifica fiscale e consente l’accesso a determinati benefici tributari.

L’interpretazione evolutiva del concetto di beneficenza contenuto nell’articolo 10, D.Lgs. n.460/1997 - in senso più ampio rispetto al passato - avallata dall’Agenzia delle Entrate ha facilitato l’ingresso di questa nuova categoria di intermediari filantropici. Infatti, l’articolo 30, 4°comma, D.L. 29.11.2008, n.185, convertito con modificazioni dalla L.28.1.2009 n.2 ha inserito nell’articolo 10, D.Lgs. n.460/1997, dopo il comma 2, il comma 2-bis) che qualifica e delimita l’attività di beneficenza: “si considera attività di beneficenza, ai sensi del comma 1, lettera a), n.3, anche la concessione di erogazioni gratuite in denaro con l’utilizzo di somme provenienti dalla gestione patrimoniale o da donazioni appositamente raccolte, a favore di enti senza scopo di lucro che operano prevalentemente nei settori di cui al comma 1, lettera a), per la realizzazione diretta di progetti di utilità sociale”.

Per effetto dell’interpretazione di tale norma fornita dall’Agenzia delle Entrate (Ris. n.192/E del 27.7.2009) si considera attività solidaristica la beneficenza stessa anche a prescindere dalla condizione di svantaggio dei beneficiari, in quanto, per definizione, detta attività è esercitata nei confronti di persone bisognose.

Non è necessario che l’attività di erogazione sia rivolta direttamente ai bisognosi: può essere rivolta ad altre Onlus o ad enti non profit o ad enti pubblici che svolgano direttamente detta attività a favore delle persone svantaggiate.

Dal punto di vista funzionale, la f.di comunità presenta le seguenti caratteristiche: pluralità di scopi e costante adeguamento degli stessi ai mutevoli bisogni della comunità; coinvolgimento dei donatori (ove lo richiedano) nei progetti e nelle scelte di destinazione; patrimonio inizialmente conferito quasi sempre da una fondazione bancaria radicata nel territorio, creazione di molteplici fondi, destinati alla realizzazione di specifici progetti, ovvero istituzione di categorie di fondi patrimoniali nei quali convogliare le donazioni (fondi per la comunità, fondi alla memoria, fondi di impresa, fondi per area di interesse, fondi con diritto di indirizzo, fondi di categoria, fondi correnti, etc.); massima trasparenza nella governance, nella gestione patrimoniale e finanziaria e nell’assegnazione dei progetti (mediante bandi). Mission comune alle f. di comunità è la promozione delle cultura del dono, della solidarietà e della responsabilità sociale nella comunità di riferimento, da perseguirsi mediante il coinvolgimento dei vari stakeholder, ovvero, più in generale, il miglioramento della vita della comunità locale.

Spesso lo scopo finale è la creazione di una rete di comunità che coordini l’attività degli enti non profit e che coinvolga nei progetti i cittadini, le aziende, gli investitori e i donatori.

Gli scopi perseguiti dalle f. di comunità attraverso l’attività di erogazione dei fondi  - si tratta di fondazioni grant making - a favore di altri enti non profit, sono scopi di pubblica utilità (ad es.: assistenza socio-sanitaria, assistenza sociale, promozione e sviluppo del territorio, formazione professionale, sport dilettantistico, tutela, promozione e valorizzazione del patrimonio culturale e dei beni storici e artistici, tutela e valorizzazione dell’ambiente, ricerca scientifica).

La grande bellezzaDi cosa si tratta ? E’ un film sulla vita, sulla morte, sul disfacimento fisico e morale? Forse sì, e forse è qualcosa di più che tutto questo.

La regia di Sorrentino (“L’amico di famiglia”, “il Divo”, “This must be the place”), è inconfondibile, ha  un modo tutto suo di osservare e di raccontare gesti e movimenti dei personaggi da punti fermi, come percepiti da un osservatore laterale (ricorda la rotazione del fascio di luce di un faro) e poi ci sono i passaggi e gli accostamenti improvvisi, le distensioni e gli allontanamenti per allargare la visuale sul paesaggio.

I suoi primi piani impietosi lasciano scavare sul viso degli attori: trapela ogni piccolo, ogni grande difetto. Non è una esasperazione palese, ma il dettaglio la evoca.

La grande bellezza non è un film su Roma, ma c’entra parecchio Roma, perché c’è lo sguardo di Roma sulle cose, sulla vita, ma anche la possibilità di volgere lo sguardo altrove. Roma non è il mondo, ma è un mondo, una rappresentazione della vita sulla terra, un set sempre aperto, scena in eterno divenire.

Non è un film sulla decadenza, ma ciò che appare a prima vista è proprio la decadenza, lo scivolamento verso il vuoto fisico e di costume, verso l’oblio della coscienza.

Lo stile e la disinvolta raffinatezza di Jep Gambardella - ex scrittore di successo (autore del best seller “L’apparato umano”) e navigato giornalista che scrive per una rivista di successo, ma soprattutto esteta e indiscusso guru delle gaudenti notti romane - stridono fortemente con la stanca frivolezza, la disperata ricerca di un’originalità fondata sull’immagine, sui colori forti, sullo shock o sulla presenza scenica dei suoi amici, un circo di personaggi che brillano per stranezza o per supponenza, per  dabbenaggine o per cinismo, o più banalmente per antipatia.

L’umanità di Jep viene fuori, invece, in certi dialoghi con persone estranee al circo della mondanità e persino quando decide di calcare la recitazione al massimo fino al punto di non poterla più reggere (la scena del funerale), lasciando spazio alla sua dirompente sensibilità - capacità di sentire la vita, di ascoltare se stesso - che lo pone al di là (ma non al di sopra) dei suoi compagni di viaggio. Il suo leggero ma profondo sguardo sulle cose ci racconta molto più di lui che le intermittenti sventagliate di humour, a volte sottile e distaccato, altre volte feroce fino all’impietoso disvelamento della miseria altrui (la risposta alla scrittrice di partito, donna arrogante che esibisce come trofei il suo impegno civile “di donna e madre” e il suo ruolo nella società e nella famiglia, che sono solo finzione, rappresentazione di un mondo che esiste soltanto nell’immagine di sé).

La Grande Bellezza è un film pieno di ironia sulla vita, priva di difesa per assenza di amore, di profondità, di bellezza.

La bellezza c’è, appare, sorvola i tetti, è un volo di uccelli migratori spiccato da una meravigliosa terrazza romana (casa di Jep) dopo il soffio della Santa, è la scia degli aerei sui luminosi cieli capitolini. La bellezza non è la sfrenatezza delle notti capitoline, di una mondanità che sembra sopravvivere più che vivere.

Jep ammira il suo contrario: chi vive una vita semplice, fatta di profumi delicati e non inebrianti, la vita di chi va a letto presto dopo una giornata di lavoro (“che belle persone che siete!” dice sorridendo con sincerità al marito della donna da lui amata da giovane e alla sua nuova compagna).

Jep vuole ritrovarsi e riuscire finalmente a scrivere il suo « romanzo sul nulla », come aveva confessato Flaubert. Ogni dettaglio, ogni scena, ogni personaggio del film sembrano voler comunicare questa aspirazione e al contempo questa impossibilità di raggiungere o almeno di accostarsi alla Grande Bellezza, alla verità e alla profondità del sentimento umano. Prevalgono, invece, la paura e l’oblio, l’oscuramento di ogni forma d’amore verso le cose: sembra non vi sia alcuna libertà nell’ossessiva ripetizione dei riti mondani.

Eppure qualcosa si coglie, nelle fresche passeggiate mattutine di Jep, nelle corse improvvise delle monache che irrompono improvvisamente nella scena, intorno a un chiostro o sotto un porticato, per poi sparire nel nulla.

Poi, improvvisamente, arrivano le perdite. Jep fa di nuovo i conti con la vita vera. Tutto il bello che sembrava poter arrivare - o ritornare dal passato -  seppur tardivamente (Jep: “mi sento vecchio “ – Ramona: “giovane ‘n sei”), la profondità dell’amore e dell’amicizia, gli è subito negato, per scelta umana (la fuga di Romano dalla deludente Roma) o per destino (la morte di Ramona, ma anche il diario del suo amore giovanile, buttato via). Questi improvvisi lampi di verità e autentica bellezza, però, lo hanno ormai riportato a Itaca, alla sua giovinezza, all’amore perduto o non conosciuto fino in fondo, e lo indurranno a cercare ancora.

Jep non vuol più essere Re della mondanità romana, un ripiego, un’ammissione del suo umano fallimento, l’abbandono di ogni sogno di bellezza (“cercavo la Grande Bellezza e non l’ho trovata” risponde alla domanda di Suor Anna, la Santa, che chiede perché non avesse più scritto) e di ogni desiderio di spiritualità.

Per trent’anni Jep si è accontentato del pur esaltante“potere di far fallire una festa”, si è rassegnato a sedere sul suo trono di Re dei giullari, si è goduto il suo stare dentro al mondo standoci seduto sopra, ma la sua volontà di dominio del vacuo non è altro che una vendetta contro se stesso: Jep si detesta.

Io non mi amo!!!” urla nuda sulla scena l’attrice che durante l’intervista con Jep usa un linguaggio stereotipato e, da lui provocata, non sa spiegargli che cosa sia una “vibrazione”. Anche Jep non si ama e detesta, neppur troppo di nascosto, il suo mondo, ma gli ha sorriso con benevolenza perché sapeva di non poterne fare a meno.

Ma poiché tutto è perduto, tutto è da ri-cercare ancora, di nuovo.

Comincia un nuovo romanzo, ogni fine è un inizio. Si può di nuovo sognare il mare, ma stavolta solcandolo, non immaginandolo dietro a un soffitto.

Martedì 14 Maggio 2013 10:43

La cura

Ognuno fa i conti con la propria solitudine.
La solitudine ignorata, sommersa, poi emergente, avvistata ma ancora lontana e inafferrabile. La solitudine contattata, avvicinata, timidamente sfiorata e accomodata.
La solitudine sospirata, poi inspirata, profondamente respirata, consumata e metabolizzata. La solitudine temuta e poi desiderata, amata e poi lasciata, abbandonata a se stessa, ripudiata.
La solitudine compresa, ripresa, masticata, ruminata, smembrata, scomposta e ricomposta, per gioco o per rabbia, organizzata.
Ognuno ha bisogno di conservare per sé, di sé, la solitudine come condizione di vita, la solitudine degli affetti, del corpo e dell’anima, degli odori e dei sapori conosciuti e ricordati, la solitudine vissuta interiormente e gelosamente custodita.
Moriremo con la nostra solitudine? Nella solitudine? Per la solitudine? Di solitudine? E dopo? Ci sarà una solitudine migliore? Accettata, felice, consapevole, viva e vera, simpatica o empatica, ammiccante e sorridente, una solitudine che ride, che si diverte e sghignazza insieme a noi, che fa delle nostre miserie una religione, un mito personale, una realtà che si tiene a bada, come un cane fedele? Forse. Perché se resterà, dopo la morte, una qualche solitudine a farci compagnia, allora saremo davvero uomini e donne, per sempre e immutabilmente.

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