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Vincenzo Giarmoleo

Vincenzo Giarmoleo

Lunedì 15 Ottobre 2012 09:08

Il falso valore della legalità

Sono molti anni che, suppur nel limitato ambito amicale, invito alla riflessione sulla pericolosità dell'operazione che consiste nel porre in cima all'assiologia di riferimento dei nostri tempi la cosiddetta legalità. Mi è apparso, infatti, evidente come un concetto formale che nulla ha a che vedere con i più profondi concetti (e sentimenti: sottilineo questa parola) di giustizia, verità, bellezza e solidarietà sociale (moderna versione della fratellanza) non dovesse e non potesse assurgere a idolo contemporaneo per il solo fatto d'esser letto sulle labbra di autorevoli esponenti della nostra classe dirigente e d'una parte consistente degli intellettuali.
Ciò mi ha indotto a riflettere sulla ragione per la quale una parola così pericolosamente formale e neutra (seppur sinonimo di norma positiva, come Kelsen direbbe) possa -  in una società complessa e articolata come la nostra e così fortemente soggetta al pensiero e alla revisione critica anche grazie alle più libere - almeno in apparenza - e massive reti di comunicazione - sostituirsi e usurpare il ruolo dei tradizionali "indicatori di polarità positiva", i quali, seppur nell'astrattezza dei concetti (di vero, bello, giusto; o quantomeno, nell'accezione più comunemente percepita del contrario della non - giustizia , del contrario del non-bello, o del contrario del non-vero) sono dotati di sufficiente universalità per esser da tutti indicati come "fari" della vita della comunità e della coscienza sociale. 
Naturalmente non ho una risposta finale, ma temo che in questa mistficazione abbia assunto un ruolo decisivo la distorta percezione del sé, o meglio dell'immagine del sé, nel  modus vivendi della nostra società organizzata. Gli attori che orientano e determinano il mercato mondiale e la globalizzazione, oggi privi di contenimento e di orientamento politico (non esistendo più simmetria tra potere economico finanziario e potere politico, come bene ha detto Z. Bauman) spingono, per puro utilitarismo, verso la promozione di una nuova e diversa scala di valori, i cui gradini sono concetti del tutto privi di materiale fondamento, di corporeità e quindi di necessità.
Non vi è dubbio, infatti, che le nostre prime necessità di uomini e donne siano ampiamente soddisfatte e che per poter sostenere la crescita ed espandere i mercati i grandi operatori economici (aziende e grandi istituti finanziari privati) strutturano le campagne di vendita e il loro marketing  - è il potere mutante della parola che genera la trasmissione del comando, diceva Confucio - mediante creazione di molteplici "immagini del sè", tante quanti sono i prodotti e i servizi da immettere nel mercato.
Tale frammentazione del sè - o moltiplicazione delle immagini di sè -, una volta assorbita dal consumatore/cittadino tende a divenire modello cui aspirare, con effetto demolitorio delle assiologie di riferimento delle nostre comunità, in mancanza di  credibili strutture (scuola, chiese, associazionismo, istituzioni ...) che dette comunità nutrano di "vero, bello e giusto" e che per effetto osmotico, dalla comunità stessa siano nutrite. 
Mi fermerei qui, perchè poi il discorso si inclinerebbe verso la necessità di indicare soluzioni, terapie e interventi che, in mancanza d'una diffusa condivisione, non hanno, con tutta evidenza, alcuna possibilità di riuscita.
Martedì 19 Giugno 2012 17:54

Fondazioni e partiti politici

E’ ormai da tempo sotto i riflettori il fenomeno delle fondazioni “di partito”, ispirate o fondate da uomini di vertice dei partiti politici o delle loro correnti interne, e spesso da essi presiedute o dirette.

Dette fondazioni hanno, di regola, finalità culturali e di studio e possono essere destinatarie di provvidenze o finanziamenti pubblici, a vari livelli.

Ora, la forma giuridica dei partiti deve essere obbligatoriamente, in base a quanto prevede l’articolo 49 della Costituzione, quella dell’associazione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

In particolare, secondo la dottrina, l’associazione non riconosciuta si presta, sin dall’origine, allo scopo indicato dalla norma costituzionale, che è quello di consentire ai cittadini di partecipare alle scelte politiche nazionali con metodo democratico.

Infatti, l’associazione non riconosciuta è sempre stata la forma giuridica adottata dai partiti, perché non soggetta ai controlli governativi previsti dagli articoli 25 e seguenti del codice civile, poteri e funzioni che sarebbero quantomeno inopportuni considerata la funzione civile e sociale svolta dal partito politico in seno al consesso democratico e anche a livello istituzionale.

Ma la consolidata prassi del mancato esercizio da parte della P.A. (salvo rari casi) dei poteri di controllo sulle fondazioni, ma soprattutto ragioni di stabilità e incisività della governance, quindi di controllo sull’organizzazione politica, hanno favorito la nascita delle predette fondazioni di partito, che sono così divenute ulteriore ambito di operatività della politica nazionale, nonostante la disposizione costituzionale posta all’articolo 49 Cost..

Non pare, quindi, conforme al dettato costituzionale, l’utilizzo della forma fondazione per esercitare attività anche indirettamente politiche.

La proliferazione delle fondazioni “di partito” ha, inoltre, aggravato il fenomeno dell’allontanamento dei cittadini dalle scelte collettive e dalla politica nazionale, frapponendo ulteriori ostacoli alla partecipazione attiva dei singoli individui alla vita della comunità organizzata.

Tale partecipazione attiva è un diritto costituzionalmente garantito, che si esprime compiutamente all’interno della forma associativa partito e che, di regola, non è consentita nella fondazione.

La fondazione, infatti, generalmente non brilla per caratteristiche di democraticità della governance (rispetto all’associazione), in virtù dell’assenza di una base assembleare sovrana, della libertà di fissare regole di rinnovo delle cariche sociali non basate sull’elettività e sulla democraticità.

Infine, la fondazione, così come emerge dal diritto positivo, non appare lo strumento adatto allo svolgimento dell’attività politica a causa della tendenziale immutabilità degli scopi fissati nello statuto, scopi che in politica, invece, necessitano d’un costante adeguamento ai tempi e alla realtà sociale, in continua mutazione.

Abbiamo utilizzato il termine anglosassone governance, il cui significato va chiarito.

Negli studi di economia aziendale la governance è definita come l’insieme della configurazione e delle modalità di funzionamento degli organi di governo e di controllo delle aziende.

In conclusione del discorso sulle fondazioni e sui modelli di partecipazione dei cittadini alla vita politica nazionale, basti segnalare che negli Stati Uniti (paese democraticamente avanzato, ove le fondazioni possono perseguire una vastissima gamma di scopi, non solo di pubblica utilità) vige un divieto non espresso, ma sinora sempre rispettato, che discende dal dovere di neutralità dello Stato che impone i tributi: il divieto di utilizzare la forma fondazione per scopi politici

Mercoledì 29 Febbraio 2012 17:13

ad Alberto, mio amico.

Ci sono momenti in cui bisogna fermarsi.
Momenti nei quali non hai facoltà di scelta, il tuo corpo è piombo, il tuo sguardo pietra, i tuoi attimi eternità.
E' in quei momenti che ti ricordi di quello che sei, di quello che sei stato e - forse un poco - di quello che sarai. 
Momenti nei quali sei consapevole di quanto avresti potuto fare per te stesso e per agli altri, e non hai fatto, oppure non hai fatto bene.
In quei momenti, realizzi quanto sia illusoria e apparente la consistenza della tua vita, come quella di tutti.
Ti affanni, come tutti, alla ricerca di un poco di senso, di dovere, di famiglia, di amore, di umanità. Ma il senso non arriva mai. 
Allora cominci a combattere con te stesso e l'esistenza diventa una lotta impari, sotterranea e nascosta, con quel te stesso che sa, forse ha sempre saputo tutto cio'.
* * *
Alberto, non so se sapesse, lui è uscito come usciamo tutti, ogni mattina, per il suo dovere quotidiano. 
Probabilmente aveva in mente, per un pezzetto, le cose da fare al lavoro, per un altro pezzetto, il bacio ricevuto da sua figlia prima di uscire di casa, per un altro ancora, lo sguardo dolce e generoso di sua moglie.
Come tutti, forse, come molti.
Quelle erano le cose che avevano senso -  per lui e per tutti gli uomini - le cose per cui vale la pena vivere. 
... Vale la pena?...Vivere?
Davvero val la pena? Davvero è vivere?  Val la pena se, una mattina come tante, come tutte, quando la tua vita di uomo maturo e' appena cominciata, puoi piegarti su un fianco, come un albero ferito, e cadere a terra esanime, senza alcun motivo o preavviso, senza nessuna causa apparente?
Val la pena, se tutto cio' che di bello hai avuto (tua moglie, i tuoi figli, i tuoi fratelli, i tuoi genitori, i tuoi amici...) improvvisamente sbiadisce, sfuma e si confonde, diventa tutt'uno con la campagna o con la grigie case di una periferia urbana?
E mentre tutte queste cose, queste persone, insieme a ogni momento saliente della tua vita, ti passano davanti a velocità folle, come una pellicola impazzita, sei Tu stesso, per tutti loro e per il tutto tempo della loro vita, e non esserci più. Mai più.
Tutto questo è il senso, inaccettabile, della vita. Questa la contraddizione, questo il dilemma irrisolto.
Quanta forza serve, quando tutto ciò diventa chiaro, per proseguire e soprattutto con quali motivazioni?
Nella mia vita, ho osservato e ho affrontato situazioni dei più disparati colori, ho vinto e ho perso battaglie impari, ho goduto di tanti bei momenti e ho sofferto pene differenti le une dalle altre. Molte altre ne vedro': ho sopportato molto (non sempre col sorriso, come Dio chiede). Come molti, come tutti.
Ma questa cosa (non tanto a me, che il senso non lo cerco più da tempo), alle persone che su (e per) Alberto contavano, poteva esser risparmiata. Era davvero inevitabile? ... Cosa risponderà la vita a loro? ... Doveva, credetemi, esserci risparmiata. 
Addio, amico mio. O forse, a Dio.
L'avv. Vincenzo Giarmoleo è stato incaricato della docenza triennale della materia "diritto degli enti non profit" presso la Facoltà di Scienze Manageriali, Corso di Laurea in Economia e Management dei Servizi Sanitari, Università Telematica Leonardo Da Vinci Ateneo Gabriele d'Annunzio di Chieti-Pescara. I corsi avranno inizio venerdì 3 febbraio 2012.
Lunedì 24 Ottobre 2011 18:46

Una tesi politica

Anche in Italia il narcisismo cinico diffuso, come un morbo, stordisce e disorienta gli individui, rendendoli schiavi di bisogni indotti, allontanandoli dal bene comune e dall’idem sentire che accomuna i cittadini che desiderano si realizzi la nazione italiana.

Perchè ciò avvenga democraticamente, occorre mettere mano alle seguenti riforme strutturali : riforma previdenziale, riforma fiscale, riforma del sistema scolastico e della sistema di formazione universitaria, politiche demografiche e politiche per la famiglia.

Queste riforme prioritarie devono avere come unico obiettivo la preparazione del futuro, devono attribuire ruoli, funzioni e responsabilità alle giovani generazioni, che sono - non “saranno” - la linfa vitale, il motore del cambiamento virtuoso, la vera risorsa dell’Italia.

L'assiologia di riferimento , il sistema filosofico - culturale che deve reggere queste politiche, i fari che orientano la nostra navigazione verso il futuro, sono le luci della nostra storia di popolo che ha offerto all'umanità eccellenze in tutti i campi del sapere, ma non nella storia recente di "mancata nazione", dall'Unità in avanti.
La nostra tradizione culturale è umanistica, la nostra peculiare propensione al localismo (l'italia dei comuni, non quella sprecona e artificiale delle province e delle regioni) può essere ben temperata da un equilibrato ordinamento federale. Ci servirà, in questo cammino, l'esperienza del pensiero cristiano, dai padri della Chiesa a Benedetto XVI, il cui richiamo a valori di laicità positiva è condivisibile ed essenziale per un corretto rapporto tra Chiesa , società civile e Stato italiano.
 
Rapporto che, del resto, è ben disciplinato dai Patti Lateranensi e dall’Accordo bilaterale del 1984 e su tale solco si può consolidare, senza paventare alcuna perdita di autonomia dell’Italia e della sua politica rispetto al Vaticano.
Soprattutto, occorre sapere che condizione di successo delle riforme e delle politiche prioritarie è la riconquista da parte dei singoli cittadini degli spazi attivi nella società e nelle comunità di riferimento. 
Occorre recuperare la partecipazione dei singoli - riuniti o meno in gruppi e movimenti spontanei, al di fuori delle logiche partitocratiche - alle scelte pubbliche e ad ogni decisione che incida sulla vita sociale.
In qualche caso, i cittadini dovranno diventare propulsori (non solo con lo strumento referendario) di tali scelte politiche. Essi dovranno comunque assumersi la responsabilità di non far venire mai meno il proprio apporto al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche dell'Italia (ciascuno in relazione ai propri mezzi e alle proprie responsabilità, diversamente graduate), nè potranno più adagiarsi sul luogo comune del paese ingovernabile perché retto dalle caste.  

Noi siamo l’Italia e ne saremo sempre responsabili, nel bene e nel male. Le deleghe esistono, ma esistono anche i mandanti, i quali possono in qualunque momento revocare il mandato (non solo ai parlamentari : ciò vale per la classe dirigente, in generale, perchè è sempre espressione di una realtà storica, sociale e umana).
Sul piano delle scelte di politica estera e di politica energetica si gioca, poi, il futuro sviluppo dell’Italia: le politiche di questo tipo sono dirimenti perché condizionano l’efficacia - in termini di risorse procurate e spendibili - di ogni altra scelta di politica interna.
Lo sapevano bene i nostri migliori statisti (Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi), che hanno tragicamente pagato le conseguenze delle rispettive politiche estere, patriottiche perchè fatte nell'esclusivo interesse della nazione, con coraggio e lungimiranza.
Non vediamo all’orizzonte personalità politiche di tale livello, ma occorrerà trovarle, tra noi, e al più presto . 
Non è tuttavia sufficiente aderire in modo asettico a un'Europa popolare, liberale e democratica, manifestare un'impalpabile sintonia con i nostri alleati continentali e occidentali, oppure ancora dire che camminiamo nel solco dell’Europa dei Padri Fondatori, così diversa da quella odierna, la babele burocratica dei 27, che non sa o non vuole esprimersi con una sola voce. 
Bisogna decidere con nettezza che tipo di Europa vogliamo e quale Italia vogliamo in questa Europa e soprattutto nel Mediterraneo, che è, da sempre, topos geopolitico di naturale sbocco dei nostri affari e interessi. 
Quali alleanze strategiche dovremo stringere per garantirci approvvigionamenti energetici duraturi e sicuri? Che cosa dovrà fare l'Italia per evitare che i soliti paesi amici (Germania, Francia e Gran Bretagna, i cui interessi politici e commerciali sono spesso contrapposti ai nostri) ci impediscano (lo hanno sempre fatto in sordina, come dimostra il recente studio pubblicato su "Il Golpe Inglese" di Giovanni Fasanella) di svolgere il nostro ruolo nel mediterraneo e in Europa, ricattandoci con politiche monetarie per noi svantaggiose o inadeguate (Euro, si’, ma …  a tutti i costi?). 
Su tali decisivi punti, quindi, dovremo operare le scelte strategiche, forse dolorose, ma necessarie e urgenti.

Lo Studio Legale APP di Milano, Avv.ti Ascone, Piacentini e Poltronieri, insieme all’Avv. Vincenzo Giarmoleo di Roma, esperto del settore non profit, in data 27 maggio 2011 hanno ottenuto dalla Prefettura di Milano il primo riconoscimento di fondazione ad esito del procedimento di trasformazione eterogenea da società di capitali (Srl) in ente non profit (fondazione) disciplinato dall’art. 2500 septies c.c.

La trasformazione eterogenea è stata disciplinata mediante novella del codice civile nel 2004 attraverso l’introduzione di una serie di norme (gli articoli 2500 e seguenti) che consentono il trasferimento di diritti e obblighi dell’ente trasformando all’ente risultante dalla trasformazione, mutando la forma giuridica da ente profit a ente non profit, o viceversa.

La complessità del procedimento di trasformazione ha reso necessario lo sviluppo di uno specifico know-how legale e contabile di cui lo studio APP e l’avv. Vincenzo Giarmoleo sono titolari esclusivi.

L'avv. Vincenzo Giarmoleo è stato relatore al Workshop sulla Responsabilità Sociale nella Pubblica Amministrazione, nella Sanità e nel Non Profit organizzato dalla LUISS Business School a Roma, il 29 settembre 2011. La relazione dell'avv. Giarmoleo ha avuto per oggetto il Bilancio Sociale nel Terzo settore: dalla definizione degli stakeholder alla formazione del bilancio sociale.




Solo il nipote capisce lo zio / non c’è bisogno di dirtelo / Ah zio, zio … com’è, com’è / spiega la vita, spiega perché / spiegami tutto, spiega cos’è / e intanto tutto si srotola come di un film la pellicola (Paolo Conte , Lo zio).  Ho colto il senso di questi versi di Paolo Conte, misteriosi ed ermetici, solo dopo aver letto “All’alba, lo stretto” di Achille Fulfaro. 
Ma il racconto non vive della sola poesia della complicità, senz’altro speciale, tra zio e nipote. C’è molto di più. Per farsi un’idea di quanto l’autore sia in grado di pescare negli abissi emozionali tutta una serie di creature del fondo, dell’inconscio, del sogno mai rivelato o mai ascoltato, occorre chiudere gli occhi e lasciarsi attraversare da ondate e flutti che risalgono con impeto dalle profondità del mare riportando a galla relitti antichi, eppur nuovi, testimonianze fossili del nostro passato e del futuro essere uomini.
Sono un visionario vedo quello che non c’è / sogno una macchina che riavvolga il tempo ... e quello che non ricordo non lo vedo / come non c’è confine tra i deserti (Ivano Fossati, La bottega di filosofia). La visione qui è lo Stretto: un mare che sembra chiuso, quieto, familiare e che invece muta improvvisamente in tempesta, in magico e raro fenomeno ottico (la Fata Morgana), in luogo del miracolo (la traversata in mantello di San Francesco da Paola), in luogo del mito (Scilla e Cariddi), in testimone di eccezionali imprese (Ulisse contro le sirene, oppure zio Memmo che primeggia nella lotta contro le correnti impetuose per abbordare i bastimenti in cambio di un pacchetto di sigarette e sembra quasi un marino Don Chisciotte contro i mulini a vento).
C’è un quotidiano straordinario, sempre diverso e sorprendente che coesiste e si contrappone al quotidiano piatto e ordinario della periferia milanese, con la luce pallida del mattino che filtra dentro al tram diretto inesorabilmente in azienda, nei giorni bui e freddi dell’inverno di questo bel mare di Lombardia (Ivano Fossati, L’uomo coi capelli da ragazzo).
E’ contraddittorio il fatto che vicende di segno opposto, come due vite in una, appartengano allo stesso uomo? Forse è vero che la negazione del sé appartiene all’uomo non meno di quanto gli appartengano la libertà, il sogno e il lampo creativo. E’ la polarità, il magnetismo dell’essere, l’Yin e lo Yang della vita.
La storia di Zio Memmo è la sua personale, irripetibile storia, ma è anche la nostra storia di uomini del Sud sempre indotti - dalla necessità ma poi anche da vanità, ambizioni o insofferenza al perpetuarsi di certe nefandezze che pur ci appartengono come le grandi magìe di cui siamo capaci -  a migrare altrove. 
Ma se c’è un altrove, per gli uomini, c’è anche una memoria. E sapete chi era Mnemon? L’assistente di Achille durante la Guerra di Troia, che aveva il compito di ricordagli le necessità divine, il cui oblio gli avrebbe causato disgrazie o morte … 
E dove c’è un memoria, c’è un ritorno, alla terra dei padri. Eppure accade persino di migrare all’incontrario, come Giuseppe Berto, grande scrittore veneto, autore de Il male oscuro e il cielo è rosso, capolavori letterari del ‘900. Ebbene, Berto decise di trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Capo Vaticano, in esilio volontario: lui, dalla terra dei padri fuggiva - o forse fuggiva dal padre, già morto, per poi rivedersi, come lui, vecchio, a trascinare secchi colmi d’acqua nella sua casa di campagna … in Veneto o in Calabria? -  
E’ strano mai per noi, sai, tutto l’infinito / finisce qui (Vasco Rossi, La noia) . Noi ricordiamo, adesso, anche grazie al racconto di Achille Fulfaro, quasi tutto e forse, un giorno, ritorneremo. Per poi ripartire, fuggire ancora?
Giovedì 07 Luglio 2011 11:38

L'inchino

Annuisci e ti congedi, senza voltarti,
lentamente indietreggiando.
Atto deferente: rispetti la Maestà, col cortese riverire.
Un inchino educato, gesto non appariscente
è formale eppur spontanea reverenza e insieme, precauzione.
Rinculando, senza volger mai le spalle, fà il saluto
così ché il passo indietro, lieve, a onor di chi fronteggi
ti dispensi dal subir la sodomizzazione.
Una recente pronunzia dell'Agenzia per le Onlus (ora Agenzia del Terzo Settore) - Atto di Indirizzo del 24/3/2011 - ha chiarito alcuni aspetti critici della disciplina delle Onlus. In particolare si tratta della possibilità da parte di una Onlus di detenere partecipazioni in società e della qualità di dette partecipazioni.
In precedenza, con l'Atto di Indirizzo del 15/3/2005, l'Agenzia per le Onlus aveva chiarito che la mera detenzione di partecipazioni in società da parte di una Onlus non può mai dar luogo ad un'attività tale da comportare la violazione del divieto di svolgere attività diverse da quelle istituzionali e da quelle connesse, nonché dell'obbligo di impiegare utili e avanzi di gestione per la realizzazione di dette attività. Fuori dal caso della mera detenzione di partecipazioni in società - ha ritenuto l'Agenzia delle Entrate con risoluzione del 30/6/2005 n.83/E - la detenzione che consenta alla Onlus di assumere funzioni di coordinamento e direzione della società partecipata è considerata contraria alle disposizioni vigenti. Perciò la detenzione di partecipazioni in società di capitali é consentita alle Onlus a condizione che il possesso di titoli o quote di partecipazione si sostanzi in una gestione statico-conservativa del patrimonio: ovvero la sopra detta mera detenzione. 
In sostanza, da questa interpretazione si evince che l’Agenzia delle entrate ha considerato non compatibile con la qualifica di Onlus – perché contraria al divieto posto dall’articolo 10, lettera c) D.Lgs. 4/12/1997 n. 460 – l’attività di gestione della società partecipata, non rilevando invece l’attività esercitata da quest’ultima.
Tuttavia, la successiva circolare del 31 ottobre 2007 n.59/E dell’Agenzia delle Entrate, pur confermando l’impostazione sopra esposta, non contiene più un riferimento esplicito all’irrilevanza dell’attività svolta dalla società partecipata, ma viene specificato che è inconciliabile con la natura di Onlus un rilevante potere di gestione nella società partecipata tale che l’attività di quest’ultima possa considerarsi ad essa riferibile. Da tale precisazione si evince che non si ritiene più incompatibile con la natura di Onlus lo svolgimento dell’attività di gestione in sé ma quello dell’attività svolta dal soggetto terzo (la società partecipata) che sia sostanzialmente riconducibile alla Onlus.
Vi sono poi le delibere nn. 752 e 753 del 28 /11/2006 dell’Agenzia per le Onlus – si tratta di due pareri preventivi alle cancellazioni richiesti dall’Agenzia delle Entrate - ove richiamandosi ai principi enunciati nell’Atto di Indirizzo del 15 marzo 2005 viene considerata compatibile con la qualifica di Onlus (nei casi in esame) la detenzione di una partecipazione totalitaria in una società commerciale. L’Agenzia ha dato quindi parere negativo alla cancellazione dall’Anagrafe delle Onlus di due fondazioni Onlus che detenevo partecipazioni di controllio in società di capitali motivando che la detenzione di partecipazioni in società, non dà luogo allo svolgimento di una attività rilevante intesa in senso proprio e non comporta violazione del divieto di svolgere attività diverse da quelle istituzionali e da quelle connesse. La distinta soggettività giuridica della fondazione Onlus dalla società partecipata determina infatti la non riferibilità delle attività poste in essere da quest’ultima, né può considerarsi di per sé elusiva della normativa sulle Onlus la detenzione di partecipazioni di controllo in società. Allo scopo di accertare se vi siano stati comportamenti illegittimi posti in essere dalla Onlus anche per il tramite della partecipata, occorrerà quindi analizzare i casi concreti.
La successiva disciplina dell'impresa sociale (D.Lgs. 155/2006) ha introdotto un importante elemento di novità nel nostro ordinamento giuridico, ovvero il principio per cui il perseguimento di fini solidaristici è ammesso anche da parte delle società del Libro V del codice civile, purché nel rispetto del requisiti indicati dalla legge, vale a dire sotto forma di impresa sociale. L’impresa sociale è uno strumento giuridico atto a realizzare progetti solidaristici che possiedano sia il carattere imprenditoriale e sia quello della promozione di valori socialmente riconosciuti. In particolare, ai sensi dell'articolo 1, 1° comma, D.Lgs. 155/2006, possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le società del Libro V del codice civile che esercitano in via stabile e principale un’attività economica organizzata al fine della produzione e dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale. 
Tali requisiti - secondo l'Agenzia per le Onlus, Atto di Indirizzo del 24/3/2011 - sono di per sè idonei a garantire che gli enti societari aventi qualifica di impresa sociale che siano partecipati da Onlus non pongano in essere condotte elusive. Ne consegue che, per effetto della lettura congiunta delle norme poste nel D.Lgs. 490/1997 e nel D.Lgs.155/2006, si è ritenuta in linea con la normativa vigente la detenzione di partecipazioni anche di controllo di Onlus imprese sociali costituite sotto forma societaria, anche in virtù di quanto dispone l'articolo 4 D.Lgs. 155/2006, ove non si esclude che nel gruppo di imprese sociali il controllo possa esser detenuto da un ente con le medesime finalità non lucrative del soggetto partecipato (una Onlus), essendo il divieto di controllo del gruppo posto soltanto alle imprese private con fini di lucro e alle amministrazioni pubbliche. Pertanto la Onlus, anche mediante l’impresa sociale controllata, realizzerà la propria missione istituzionale senza rischio di elusioni anche creando una pluralità di soggetti che, pur con le diverse caratteristiche loro proprie, perseguano l'unico fine della solidarietà sociale, non potendo, comunque, per legge, la partecipazione nell’impresa sociale fornire utili alla partecipante.
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