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Vincenzo Giarmoleo

Vincenzo Giarmoleo

Giovedì 09 Giugno 2011 11:55

Scienza, diritto e trascendenza

Il conformismo stagnante, imposto dai grandi gruppi economico-finanziari dominanti, impedisce di focalizzare l’attenzione su ciò che è - e sarà sempre - essenziale all’uomo. In qualche modo, ci distrae, etimologicamente ci porta lontano dalla verità, che si persegue solo attraverso il rapporto tra umano e trascendente. Non a caso, la scienza dominante è quasi del tutto asservita al marketing, la cui funzione consiste nel generare artificiosamente bisogni non essenziali. Soltanto la soddisfazione - mediante continui acquisti di beni e servizi - di tali bisogni indotti consente la crescita economica, soprattutto nei paesi sviluppati. E’ un'affannosa corsa verso il vuoto, scavato con sadica cura da chi (in modo interessato alcuni, inconsapevolmente folle gran parte degli altri) propala il dogma della tecnologia, del progresso e della crescita continua. Martin Heidegger, convinto che l’uomo fosse del tutto schiavo della tecnica, nella celebre intervista  postuma pubblicata da Der Spiegel (rilasciata nel 1976) aveva avvertito: “ormai solo un Dio ci può salvare”. Noi siamo nati in luoghi antichi, fondati dai greci, perciò abbiamo dentro lo spirito che ci spinge verso la ricerca della verità - quello spirto guerrier ch’entro mi rugge, poetava il Foscolo, nel sonetto Alla sera, lui pure nato nella greca Zante -  e per tale ragione non possiamo non percepire la Hýbris dell’uomo contemporaneo. Non rubò, forse, Prometeo il fuoco (ma anche l’intelligenza e la memoria necessarie per poterlo usare) agli Dei e per tale grave oltraggio subì la più terribile delle vendette, straziato, in catene, nel petto e nel fegato divorati da un’aquila?  Questo - sappiamo attraverso il linguaggio mitologico, che trasmette l’essenza del sapere, anche quello pratico - è il destino riservato a chi osa rubare agli dei per dare agli uomini. Noi, uomini del secolo ventunesimo, non siamo figli d’un titano né cugini di Zeus, ma abbiamo ucciso gli dei, dopo averli derubati: la sapienza ormai è perduta. Lo scrittore contemporaneo Massimo Fini, pensatore tutt’altro che conformista, ha scritto nel 1985 un libro molto critico nei confronti del pensiero illuministico e della paradossale fede cieca nella ragione. Il titolo del libro è … “La ragione aveva torto”! Il diritto - lo diceva Pugliatti - soccorre al bisogno, perciò arriva sempre dopo la realtà. In qualche modo incanala il reale, tentando di dare un senso compiuto alle relazioni umane, governando interessi contrastanti, contrapposti, divergenti. Ma senza il fondamento primo di ogni umano agire, senza lo spirito, la vera motivazione, l'attività desiderante (de sidera) che cosa potrà mai governare la scienza giuridica che - seppur antica e fondante le comunità umane - annega (in Europa soprattutto) nel particulare, nell’interesse misurato millimetricamente, nell’ipertrofia legislativa che abbraccia in una morsa e stritola lo spirito creativo, generando caos invece che ordine, incertezza invece che certezza, liti piuttosto che accordi, guerra piuttosto che pace, morte invece che vita (pensiamo al biodiritto, alle tematiche relative al testamento biologico, all’eutanasia, al tentativo di governare, con la scienza e col diritto, anche la morte individuale così come la nascita di ogni forma di vita attraverso la manipolazione biogenetica). Il mito del paradiso terrestre ci insegna che la cultura è manipolazione: l’albero del bene e del male è detto anche albero della conoscenza. Ma quale conoscenza è buona, senza la virtute? Quale virtute, senza il divino
Lunedì 30 Maggio 2011 18:34

Habemus papam

La recente visione di questo film mi ha indotto a riflettere sul tema dell'inadeguatezza. Non è di moda, l'inadeguatezza. Oggi, tutti possono far tutto, vogliono far tutto (in particolare, qualunque cosa conferisca fama e successo). Nessuno mette più in discussione la propria adeguatezza rispetto al ruolo che ricopre, sia sociale sia familiare.
Le recenti tragedie dell'abbandono in auto di infanti, con la conseguenza della morte, evidenziano e ci raccontano, al di là delle vicende e delle colpe o scriminanti individuali, l'assenza del presente. 
Di più: la totale e perdurante assenza di coscienza del proprio ruolo nella situazione concreta.
In queste dolorose vicende mancano due primi attori:il ruolo attivo della persona e il presente, nella sua concretezza. Manca la realtà. Più in generale, possiamo affermare che il nostro modus vivendi prescinde dalla concretezza, dal presente. Siamo tutti, più o meno, "in aspettativa". Se il genitore avesse vissuto pienamente il presente, la situazione concreta, la realtà del bambino, con lui, in auto, non sarebbe successo nulla. Sarebbe stata routine. Benedetta routine. Maledetta routine.
E allora, l'inadeguatezza ha a che fare con le aspettative umane, con il "che cosa ci aspettiamo da noi stessi". Il Papa/Michel Piccoli non si aspettava - da sé e dagli altri cardinali in conclave - la nomina alle più alte funzioni della Chiesa cattolica. Non si vede, non poteva vedersi, non potrà mai immaginarsi sul trono di Pietro. Forse - ci racconta Moretti - con l'esilarante richiamo al teatro di Cechov, non si vedeva neppure come cardinale, perchè da bambino sognava una carriera da attore di teatro. Una doppia inadeguatezza, la sua. Ha sognato un ruolo, una carriera, ma poi ha fatto altro.
Quanti di noi possono dire d'aver sognato, d'aver desiderato altro da ciò che la vita ci ha riservato? 
L'inadeguatezza riaffiora, subdolamente, attraverso questa domanda. La posta in gioco è la pienezza della vita, del presente-eterno, dell'essere sempre in sè. 
Perchè noi siamo, prima di ogni altra cosa, presente, concretezza, corporeità, fisicità (e poi anche: aspettative, illusioni, delusioni, occasioni e progetti, futuro). 
Forse, per poter vivere con pienezza, compiutamente, occorre sperimentare, almeno una volta, lo smarrimento dell'inadeguatezza. 
Per ripartire da ciò che non si è e che non si potrà essere.

In occasione della 4a edizione del Festival del Fundraising di Castrocaro Terme svoltasi dall'11 al 13 maggio, ho avuto il piacere di conoscere Valerio Melandri, guru del Festival, e il suo formidabile team . Gente davvero in gamba. Con Valerio Melandri ci siamo trovati subito in sintonia. In particolare, sul tema di apertura del Festival 2011 - significativamente "Libertà di Fundrasing" - ovvero sulla necessità di oltrepassare i tradizionali "confini del recinto" non profit. Come? Bisogna abbandonare i più diffusi parametri di valutazione per cui la bontà e l'affidabilità d'una azienda o d'un progetto sociale si valutano sulla base dei costi organizzativi o del rapporto costo/somma effettivamente destinata al progetto.
Il metro di valutazione corretto, invece, non può che essere quello dell'efficacia (output) e del risultato (che, come è noto, per le aziende non profit non è valutabile solo in termini economici, ma con l'ausilio di parametri ulteriori, di tipo non economico).
Non è, del resto, coi parametri aziendalistici dell'efficienza (outcome) e dell'efficacia (output) che si valutano le imprese profit, ovvero in base ai risultati raggiunti? (soddisfazione dei clienti, incremento delle vendite etc). Perchè allora deve prevalere, nel terzo settore, trattandosi sempre di aziende, la logica di chi considera le retribuzioni del lavoro - a tutti i livelli aziendali - come fumo negli occhi? Se ciò che davvero conta è il raggiungimento delle finalità sociali perseguite dall'azienda non profit, indipendentemente dai mezzi impiegati e dal relativo costo, perchè restare ancorati a un pensiero ipocritamente legato al volontarismo e alla povertà dei mezzi da impiegare per fare il bene? Federico Fellini, romagnolo come Melandri, diceva "sono i soldi che fanno venire le belle idee" . Senza questo balzo culturale, il terzo settore resterà marginale, sarà soltanto il moto liberatorio delle coscienze appensantite dalla colpa del profitto. Perchè allora, invece, non spezzare queste pesanti catene coniugando finalmente interesse personale e benessere sociale? La responsabilità sociale d'impresa (Corporate Social Responsibility), in fin dei conti, è fondata proprio sulla coesistenza tra finalità profit e finalità non profit (in seno alla stessa azienda). Da giurista, ho sempre sostenuto la validità del principio di neutralità delle forme giuridiche, il cui principale corollario implica: 1) che sia possibile perseguire fini solidaristici con le modalità organizzative tipiche del mondo profit (società di capitali, impresa sociale costituita in forma societaria); 2) che con i tipi giuridici del non profit (associazione, fondazione, cooperativa) sia anche possibile, insieme al fine non lucrativo, perseguire fini individualistici. 
Bene, Valerio, bravo. Alea iacta est. E noi ci siamo, oltre il Rubicone.

In base a un recente sentenza del Tribunale di Milano (n.11/820), anche le onlus sono obbligate a rispettare le disposizioni del D.Lgs. 231/2001.
Lo ha stabilito il gip di Milano che ha esteso la portata della norma anche a un ente non commerciale.  Si tratta della prima applicazione ad un ente non commerciale della disciplina inerente alla responsabilità amministrativa. Il gip ha applicato la sanzione pecuniaria a una organizzazione di volontariato milanese per i reati commessi dai propri rappresentanti legali. La onlus, infatti, non si era dotata di modelli organizzativi idonei a evitare la commissione di reati da parte dei dipendenti.
Gli accertamenti della  Guardia di finanza hanno portato all'arresto di uno dei presidenti dell'organizzazione di volontariato e onlus di diritto «Croce San Carlo Onlus» di Milano, sciolta  in seguito all'inchiesta, che operava in convenzione con la pubblica amministrazione nel settore socio-sanitario. I rappresentanti dell'associazione avevano utilizzato i fondi dell'ente, provenienti dall'incasso delle convenzioni e sovvenzioni pubbliche, per giocare d'azzardo al casinò di Campione, per soggiornare in Brasile e per motivi personali, cedendo, addirittura, quote inesistenti dello stesso ente a un volontario.  La truffa a carico della pubblica amministrazione ammonta a circa 2,6 milioni di euro. Preliminarmente, il giudice adito ha contestato ai rappresentanti della onlus, anche in concorso, una serie di reati che hanno portato al patteggiamento della pena in sede di udienza preliminare. Quindi, ex articolo 63,  comma 1 D.Lgs. 8/6/2001 n. 231, in presenza di giudizio definitivo in capo agli imputati, legali rappresentanti dell'ente, il giudice per l'udienza preliminare, in ossequio alle disposizioni di cui all'articolo 9 (sanzioni amministrative) e all'articolo 19 (confisca) del medesimo decreto, ha applicato la sanzione pecuniaria di Eu. 26.000 all'ente non commerciale e ha disposto la confisca delle giacenze bancarie e di tutti gli automezzi già oggetto del sequestro preventivo disposto dal gip nel 2010. Si è ritenuta corretta l'applicazione delle sanzioni e delle misure interdittive previste dal D.Lgs. 231/2001, come concordate con il pubblico ministero, in quanto l'ente è stato coinvolto nelle attività illecite delineate.
Il dlgs n. 231/2001 dispone infatti che l'ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell'ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso e impone che l'ente si doti di modelli organizzativi utili a prevenire la commissione di reati da parte dei propri dipendenti e/o rappresentanti.


 
Lunedì 02 Maggio 2011 18:22

ram

Una freccia nel cuore della memoria.
La tua R.A.M. da scaricare in una trolley
e il vago senso di una rotta aerea
tracciata a solchi leggeri sulla cartina del futuro
come fossili testimonianze
del frantumato essere migrante
eppure, appartenente.

Mercoledì 06 Aprile 2011 15:59

Una penna di madreperla

Forse non è del tutto inconsueto svegliarsi con in mente un pensiero, un sogno: una penna di madreperla

Forse no, almeno per chi fa della ricerca del ritmo “vita – desiderio – sofferenza - sonno – impegno – creatività”, una ragione forte per continuare a credere nell’immortalità. Ma quando dentro di noi cresce e si insinua un sentimento ondivago di riscossa, rabbia, liberazione dal cordone ombelicale che ci lega alla quotidianità, diventa impellente il bisogno di infrangere, con tutto il nostro peso, lo specchio dell’avvenire. La necessità di buttarsi, abbandonarsi, immergersi nel liquido amniotico del futuro, senza remore e retaggi. Senza gravità.

Allora un nuovo (antico?) benessere si impossessa dell’anima, e accompagna il risveglio così come l’assopimento; e ogni atto diventa leggero, soave, ricco del fluido vitale che l’uomo (così raramente!) trasmette alle sue opere. Allora l’uomo ridiventa libero: libero da sé, libero dal suo stesso sentimento di libertà che paradossalmente lo rende schiavo dei suoi pensieri compulsivi e delle sue aspirazioni. Libero, di quella libertà che plasma l’universo, al quale invece ci piace, con il rigore scientifico dell’approccio galileiano, attribuire regole deterministiche, movimenti causalmente noti. Libero, della sostanza dell’imponderabile, della Fortuna, del Kaos, dell’Ignoto, della Provvidenza, o di qualunque altro nome che designi l’irriducibile concetto con cui l’uomo inventa (o è inventato da, il che non cambia la sostanza delle cose) Dio.

Mercoledì 06 Aprile 2011 15:55

A che serve l'uomo

"Avvisiamo la gentile clientela che è in corso la sospensione della linea per Formia dovuta alla riattivazione …ci scusiamo per il disagio apportato a causa di un suicidio…avvisiamo la gentile clientela che è in corso la riattivazione della linea per Formia. Ci scusiamo per la sospensione causata da un suicidio”.

Lo speaker della stazione di Roma-Termini, esitando al momento di correggere l’errore verbale “sospensione / riattivazione”, errore che poi ripeterà regolarmente al terzo annuncio, mi fa immaginare (ma è solo una mia infondata supposizione) un fremito di umano imbarazzo che sfiora i suoi pensieri nel pronunciare quelle parole, i cui toni sono però altrettanto stereotipi e stridono con la tragedia che si cela dietro l’informazione.

Sarebbe stato meglio – penso immediatamente – evitare di informare i viaggiatori della causa del  “disagio”...

 

Tuttavia, se ciò è stato detto, penso ancora, e per come è stato detto, è evidente che per chi ha concepito l’annuncio, quel “disagio” fa parte della routine, non è altro che una prevedibile causa di ritardo o di sospensione d’una linea ferroviaria.

E quanti altri viaggiatori, continuo a immaginare, si saranno posti le mie domande? Oppure saranno passati oltre le parole dello speaker, che scivolano agevolmente dietro la mente di chi, di fretta o con calma, si trova per caso in quel luogo di arrivi e partenze, ritorni e attese; ed è dunque - per disposizione d’animo - poco predisposto all’approfondimento d’un annuncio che esula il personale interesse, limitato alla circostanza di un treno che parte o arriva, magari in ritardo

 

Ciò nonostante, neppure io sono particolarmente scandalizzato o afflitto e dalla circostanza del suicidio e dal linguaggio usato dallo speaker. Semplicemente, ci rifletto sopra. Era tutto prevedibile, no? Così come è prevedibile che domani, nelle pagine di cronaca locale di un quotidiano metropolitano, io e tanti altri leggeremo la notizia e riconosceremo il luogo, il tempo…la morte. 

 

Altro viene da pensare… che viviamo e lavoriamo ogni giorno per alimentare una civiltà in cui ha senso solo ciò che serve, che è agevole, che produce, che semplifica la vita..e lo stesso vale per gli individui. Non a caso, i nostri dialoghi, frequentemente, hanno ad oggetto lamentele sullo stato dei servizi pubblici, sull’inefficienza di un sistema, di un apparato, di una azienda, di una categoria di individui……. e infine, di una persona…; ma (paradossalmente) viene da chiedersi: “serve anche ciò che non serve?” ... e soprattutto: “è opportuno occuparsi di chi non serve?

 

In fondo, la politica, lo Stato, magari le organizzazioni cosiddette non profit, non dovrebbero occuparsi di questo? E occupandosene, finalmente si interesserebbero proficuamente (non uso questo avverbio a caso…) degli individui, nel senso più umano (dell’interesse) e dunque, totale...magari, se possibile, prima del prossimo suicidio.

Mercoledì 06 Aprile 2011 15:50

L'inganno delle diete ipocaloriche

Ho sperimentato personalmente l’inutilità delle classiche diete ipocaloriche, basate sugli apporti calorici degli alimenti.

Deluso, ho rinunziato, per un periodo di tempo non troppo lungo, a perdere i chili di troppo, accumulati con gli interessi dopo aver seguito (con sofferenza, tenacia e inizialmente con successo) una ferrea ma equilibrata dieta ipocalorica, prescritta dal dietologo, medico specialista.
Non mi ero arreso: dovevo soltanto riposare! …alcuni mesi dopo ho incontrato un caro amico e pranzando insieme a lui ho appreso dell’esistenza di un metodo alimentare, per me del tutto nuovo, oggettivamente originale, basato non sulle calorie-quantità degli alimenti, ma sulla scelta dei cibi in base all’ indice glicemico.
Il racconto e l’esperienza del mio amico, suffragate dai fatti (ha perso 20 chili di peso in pochi mesi, senza riprenderli) mi hanno incoraggiato a sperimentare lo stesso metodo, soprattutto perché, come poi ho avuto modo di constatare, si poteva mangiare senza alcun limite di quantità.
Il successo è stato completo: perduti 18 chili in eccesso in quattro mesi, senza più riacquistarli, e senza grande sofferenza. Testimonia il mio corpo. E gli esami clinici: tutto nella norma.
Ma una rondine non fa primavera, si dice; se fosse uno stormo di rondini, sarebbe già meglio: leggendo, apprendo pure che il modello è molto ben supportato da dati statistici. Non altrettanto può dirsi dell’efficacia della tradizionale dieta ipocalorica.
I numeri sono impietosi: basti solo far riferimento al paradosso americano, di cui dirò più oltre.
Chi si è, suo malgrado, dovuto sottoporre per motivi di salute a diete ipocaloriche più o meno restrittive, ha conosciuto il senso di frustrazione dovuto alla forzata autolimitazione ed il continuo languore, che sempre accompagna quegli infelici regimi alimentari.
 

L’etimologia della parola dieta (dal greco diaita=modo di vivere) indica, come spesso accade, un significato diverso da quello, molto restrittivo, d’uso corrente: diaita è stile di vita, metodo alimentare, non peculiare regime alimentare da adottare per dimagrire o per tenersi in forma. Sembra che la parola diaita sia stata coniata dal padre della medicina occidentale, Ippocrate, il quale nei suoi scritti suggeriva: “fa che il cibo sia la tua medicina e che medicina sia il tuo cibo”.

 

La scelta nutrizionale restrittiva che si associa alla moderna nozione di dieta è legata, senz’altro, all’adesione a valori e canoni estetici, di utilità e di igiene tipici della società globalizzata.

Al contempo, il successo delle diete è profondamente legato al desiderio di rinuncia e di autopunizione, meccanismo di reazione all’eccesso di offerta alimentare e all’immagine del piacere, cui pubblicità e mezzi di comunicazione associano i consumi: nel 1971, la rivista americana Psychology Today anticipava il futuro, scrivendo che “il cibo ha sostituito il sesso come oggetto di colpa”.

L’esperienza della nutrizione, da sempre, per l’uomo, non si limita soltanto agli aspetti meccanico - biochimici della metabolizzazione dei cibi e dei relativi apporti energetici necessari alla vita della persona.

L’incontro dell’uomo con gli alimenti (al di là dei fenomeni di relazione legati al cibo e al suo consumo in convivio, che pure hanno un senso semiologico e antropologico, quando non appaiono persino rivestiti di sacralità: l’Ultima Cena ne è il più celebre paradigma) è primaria esperienza di vita, psicologicamente determinante e decisiva per la formazione della personalità.

Basta osservare i nostri figli a tavola, nei primi anni di vita.

Noi siamo quel che mangiamo” (L. Feuerbach), ma anche: “noi mangiamo quel che siamo” (L. Baren-Stein).

La nascita della civiltà, in senso stretto, è storicamente legata al passaggio dalla vita nomade alla creazione dei primi insediamenti umani stabili, resa possibile dalla scoperta dell’agricoltura. Non molto più tardi (500 mila anni fa) l’uomo comincia a “produrre il fuoco” e sperimenta la capacità di sottoporre gli alimenti al trattamento al calore.

Da allora si schiude, per l’uomo, un mondo nuovo: la possibilità di modificare le caratteristiche nutrizionali degli alimenti.

 

E’ la scoperta della cucina (circa ventimila anni fa), seppur rudimentale.

Il trattamento al calore era in realtà indispensabile a garantire la sopravvivenza della specie umana in condizioni di riduzione delle varietà alimentari, determinate dalla sedentarizzazione delle popolazioni.
Cucina, quindi, come cultura/coltura che nasce dalla necessità di sopravvivenza. Elaborazione di un metodo, per conservare e per cuocere gli alimenti, indispensabile allora, come oggi, a garantire il corretto rapporto tra stile di vita e alimentazione.
La nutrizione è cultura, esperienza in continua mutazione, che si arricchisce incontrando nuovi cibi, nuove cucine, nuove tecniche e saperi alimentari. Le combinazioni sono infinite, quanto le relazioni umane.

Del vitale desiderio di appagamento - che pure è fonte d’ogni anelito alla conoscenza – e dell’accennata ricchezza culturale della cucina, intesa come modello alimentare adeguato allo stile di vita, non tengono affatto conto le diete ipocaloriche.

Esse sono basate sul principio del fabbisogno calorico giornaliero e sulla seguente, semplice, deduzione aritmetica: la diminuzione dell’apporto calorico quotidiano, rispetto al fabbisogno della persona, per un certo periodo di tempo, comporta la perdita del peso in eccesso.
 

Ancor meglio se la riduzione di calorie è accompagnata dall’attività fisica. Ma così pensando (e così mangiando) si commettono diversi errori, sia teorici sia, soprattutto, pratici.

Il dimagrimento iniziale c’è, ma dura poco.
In realtà, la digestione - la metabolizzazione degli alimenti - non è un fenomeno assimilabile al lavoro di un bruciatore: l’apparato digerente, nell’interagire con gli alimenti, genera numerosi processi biochimici che trasformano i cibi ingeriti in qualcos’altro (tessuti, energia, scorie, grasso, etc.): tali processi non sono riducibili alla sola unità di misura del calore prodotto, la caloria.
 

Veniamo, dunque, al concetto di indice glicemico e al relativo metodo alimentare. L'indice glicemico misura la capacità che ha un carboidrato di liberare una certa quantità di glucosio nel sangue dopo la digestione.

Tale scoperta risale a Jenkins (1981), ma il francese Michel Montignac, nella seconda metà degli anni ‘80, grazie ai suoi  studi solitari e poi anche col supporto di scienziati e ricercatori, ha individuato la relazione che intercorre tra l’ampiezza della curva glicemica (che misura l’aumento della quantità di glucosio nel sangue: iperglicemia) generata in un dato tempo da una certa quantità di un singolo alimento e la formazione (o la diminuzione) del grasso (tessuti adiposi, cellulite).
Questa curva, e il relativo picco, è diversa a seconda dei cibi ingeriti, sicché si parla di indice glicemico degli alimenti. Il parametro di riferimento è lo zucchero semplice (glucosio), che ha un indice pari a 100. Le proteine, ovviamente, hanno un indice glicemico pari a zero.
Tale concetto va associato alle conseguenze derivanti da un’ altra fondamentale scoperta, secondo cui l’obesità e l’iperinsulinismo sono strettamente legati, non perché il secondo sia conseguenza della prima, ma nel senso contrario: l’80% dei diabetici è anche obeso, ma non si diventa diabetici perché si è obesi, cioè perché si mangia troppo.
 

Invece, gli obesi sono anche diabetici a causa dell’iperinsulinismo.

E’ proprio l’iperinsulinismo, secondo Montignac, a causare l’aumento del peso e di conseguenza l’obesità nei soggetti a rischio: l’eccesso di insulina, infatti, determina una lipogenesi, meccanismo metabolico avviato dall’erroneo stoccaggio di parte dei grassi consumati nel pasto (grassi che, in soggetti normali, sarebbero stati invece utilizzati, mediante ossidazione, dall’organismo).
Pertanto, per mantenere il peso o per ridurre il peso in eccesso, quei soggetti devono privilegiare il consumo di cibi a indice glicemico basso, che non producono un sensibile aumento del glucosio nel sangue e la relativa inadeguata, cioè eccessiva, risposta insulinica.
In tal modo, nei soggetti il cui metabolismo, per via dell’ iperinsulinismo, tende a produrre insulina in eccesso rispetto al necessario (l’insulina è un ormone prodotto dal pancreas che serve a ridurre il glucosio in eccesso nel sangue), si riesce a mantenere il glucosio a livelli accettabili.

Con queste premesse, si accede ad un metodo alimentare basato esclusivamente sulla scelta dei cibi e non sulla quantità o sugli apporti calorici dei cibi.

 

La scelta va fatta all’interno di tutte le categorie (carboidrati, proteine, lipidi) di alimenti, purché ricada, nella fase ove sia necessario il dimagrimento, su cibi a basso indice glicemico (da zero a 35), da consumare in quantità libere: non quanto mangi, ma cosa mangi. Senza perciò incorrere nelle solite, noiosissime frustrazioni da dieta tipiche dei regimi ipocalorici, e con il vantaggio di imparare un metodo che aiuta per tutta la vita, perduti i chili di troppo, a scegliere bene i cibi, combinando armonicamente quelli ad indice glicemico medio/alto con quelli a indice glicemico basso.

Seguendo questo metodo, inoltre, si scongiura il rischio di tornare in sovrappeso e si riducono i rischi di contrarre malattie cardiovascolari e il diabete.
Peraltro, nessun metodo alimentare, anche se basato su rigorosi studi e principi scientifici e per quanto convincenti siano i risultati ottenuti, deve essere adottato acriticamente, né è da escludere a priori l’utilizzo di una combinazione di metodi e di principi diversi, che l’esperienza vissuta e il buonsenso possono aiutare a contemperare.
Ad esempio, una strada senz’altro percorribile è quella della c.d. cronobiologia, scienza che studia l’andamento ritmico della vita: tale disciplina, applicata all’alimentazione, ci mostra che la stessa quantità e qualità di cibo, assunta in ore diverse delle giornata, produce differenti risultati in termini di assimilazione e quindi ha effetti diversi sul peso corporeo e sulla salute dell’uomo.
 
Ciò è dovuto al susseguirsi dei cicli ormonali (ritmi circadiani): alcuni dei nostri ormoni, come il cortisolo o l’ormone della crescita, hanno un ruolo interattivo nel processo metabolico e sono presenti in quantità e livelli variabili nel corso della giornata. Sicché - ad esempio - un piatto di pasta mangiato la sera determina un accumulo di grassi che invece non si verifica se lo stesso piatto è stato mangiato a pranzo.

Altro metodo interessante deriva dall’applicazione pratica degli studi biochimici incentrati sull’interazione tra diversi cibi, ingeriti durante lo stesso pasto, nel processo digestivo, e il risultante carico glicemico.

Tali applicazioni suggeriscono di evitare certe combinazioni alimentari, come quella di associare la pasta e la carne nello stesso pasto, e così via.
Vi è, infine, un imprescindibile aspetto psicologico, che è al contempo movente, fine e mezzo di ogni iniziativa diretta a modificare in meglio le nostre abitudini, in primis quelle alimentari.
Esso è sintetizzato dalla parola impegno.
Già la sola risolutezza, la sola forza, l’audace scelta di cimentarsi in una nuova avventura che abbia come obiettivo un miglior rapporto con il proprio corpo e con se stessi, sono intrinsecamente virtuose, suscitano la meritata ammirazione e talvolta anche un moto di emulazione negli altri individui:
 

“Finché uno non si impegna veramente c’è una esitazione, c’ è la possibilità di ritirarsi, e c’è sempre l’inefficacia.

In tutti gli atti di iniziativa (e di creazione) c’ è una verità elementare, la cui ignoranza uccide idee e piani meravigliosi in numero infinito: nel momento in cui uno si impegna davvero fino in fondo, allora si muove anche la Provvidenza.

Ti vengono in aiuto mille cose che altrimenti non sarebbero successe: viene verso di te un intero flusso di eventi prodotti dalla decisione, portando a tuo vantaggio ogni genere di incidenti imprevisti, e incontri, e assistenza materiale, che non ti saresti nemmeno sognati.

Qualsiasi cosa tu possa fare, o posso sognar di fare, cominciala. L’audacia ha genio, forza e magia. Comincia adesso!”(J.W. Goethe).
 

Ma eccoci arrivati alle statistiche e al paradosso americano: è stato così definito l’esito di uno studio pubblicato negli USA, nel marzo 1997, sulla Rivista The American Journal of Medicine, da Adrian H. Heini e Roland L. Weinsier, dal titolo Divergent trends in Obesity and Fat Intake Patterns (tendenze divergenti dell’obesità e dei modelli di consumo dei grassi) che ha messo in luce un fatto assai destabilizzante per le credenze consolidate in materia di nutrizione: in circa dieci anni (dalla fine degli anni settanta ai primi anni novanta), negli Stati Uniti d’America, mentre gli obesi aumentavano del 31%, …. diminuiva l’apporto energetico medio giornaliero del 4% (da 1,854 kcal a 1,785 kcal per persona).

 

In quel periodo di tempo, gli americani avevano ridotto dell’11% il consumo medio di grassi, mentre avevano incrementato il consumo medio di alimenti a basso tenore calorico dal 19% al 76% ... !

Gli autori della ricerca, increduli, abbozzavano una spiegazione poco convincente: "la tendenza divergente suggerisce che vi è stato un drammatico decremento dell'attività fisica e relativo dispendio energetico (conclutions, in abstracts, www.amjmed.com).

Al contempo, sia in America che nel resto dell’occidente industrializzato, le aziende alimentari inondavano i mercati di alimenti light, cioè a basso tenore calorico, ottenuto riducendo il valore nutritivo e le fibre (si ha conferma del verificarsi di tali fenomeni in America e delle accennate statistiche in Storia dell’Alimentazione a cura di Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Editori Laterza, p. 677).

 

Altrettanto sbagliati erano i suggerimenti provenienti dalle istituzioni: il Dipartimento di Agricoltura degli USA (USDA) promuoveva la prima, celebre piramide alimentare, modello di alimentazione basato sulla necessità di ridurre il consumo di grassi. Alla base della piramide si ponevano i cereali bianchi (pane, riso, farinacei), da consumare in abbondanza. In cima, i dolci, le carni rosse, il pesce, da consumare solo sporadicamente.

Ma il tasso di obesità, negli USA (e anche in Europa), ove questi modelli alimentari sono stati concretamente adottati (e forse proprio a causa di ciò), è ancora in progressivo aumento (nel 2039, mantenendo gli attuali tassi di crescita, si arriverà al 100% della popolazione statunitense: tutti obesi!).
Sempre negli USA, qualche anno fa, la spesa sanitaria legata all’eccesso di peso ammontava a circa l’8% dei costi della sanità americana.
E’ noto che la bevanda più consumata negli Stati Uniti è la Coca Cola (con ciò includendo anche le concorrenti Pepsi e Dr. Pepper). Nel 1976 (dati del National Center for Health Statistics) gli americani ne consumavano 350 bottigliette l’anno circa a testa; nel 1999 la media si approssimava alle 600. Parallelamente, il tasso di obesità correva dal 15% del 1976 al 31% del 1999. Nel 1980 negli USA (ma non negli altri paesi) lo zucchero di canna (più costoso) contenuto nella Coca Cola veniva in parte o del tutto sostituito con l’High Fructose Corn Syrup (HFCS), sciroppo di mais molto ricco di fruttosio e glucosio.
 

Tale additivo veniva introdotto anche in altri cibi americani: hamburger, ketchup e piatti preconfezionati. Il dolcificante in questione riesce ad aggirare la resistenza naturale dell’organismo all’eccesso di glucidi: diversamente dallo zucchero, non genera intolleranza per uso eccessivo (dati tratti dal libro Toxic di William Raynold).

Per inciso: l’indice glicemico dello sciroppo di mais è pari a 115 (sta al top della lista dei cibi con IG elevato).
In Russia, il 56% delle donne oltre i 30 anni è obeso, ma consuma meno di 1500 calorie quotidiane, spesso associando tale basso apporto energetico al dispendio di energie che deriva del lavoro quotidiano.
Altri studi pubblicati in Francia tra il 1995 e il 1997 confermano che, mentre gli apporti calorici quotidiani medi sono inferiori ai livelli raccomandati dai nutrizionisti, il peso medio delle persone aumenta.
A tutto ciò si aggiunga un altro significativo dato, che testimonia la scarsa efficacia delle diete ipocaloriche tradizionali: solo il 5% delle persone che seguono un regime del genere riesce a mantenere il peso raggiunto (studi del Prof. Luc Van Gaal, Ordinario di Medicina all’Università di Anversa, Belgio e altre statistiche americane). Un dato impressionante, se paragonato a quello dei programmi di disintossicazione da fumo o da alcool (15-20%) e al successo del metodo Montignac (superiore all’80%).
 

Ma passiamo all’esame di altri studi, relativi all’Italia.

In Italia sono in sovrappeso il 27% dei maschi e il 21% delle femmine di età compresa tra i 6 e i 17 anni (dati dell’International Obesity Task Force). Una indagine eseguita da un’equipe di medici, docenti e biologi veneti tra il 1996 e il 1998 su un campione di 283 alunni delle scuole medie ed elementari in provincia di Venezia (Stato Nutrizionale di una popolazione in età scolare, pubblicata su Difesa Sociale N.3/4 del 2000) ha appurato che:
 

le differenze nell’apporto medio giornaliero dei nutrienti tra ragazzi normopeso e quelli sovrappeso od obesi non sono statisticamente significative;

 

l’apporto calorico giornaliero rientrava nei valori raccomandati dal LARN (Livelli di Assunzione Giornaliera Raccomandata di Nutrienti – Istituto Nazionale della Nutrizione, Revisione del 1996) nonostante il campione presentasse in media un’altezza e un peso leggermente superiori rispetto ai valori riportati dai LARN per le stesse fasce d’età.

 

Gli studiosi, anche in questo caso, concludono che “se non è possibile aumentare il dispendio energetico, il 30% dell’apporto calorico giornaliero che viene assunto sotto forma di lipidi, dovrà essere ridotto”; poi però sono costretti ad ammettere che “gli apporti energeticiriscontrati rispondono ai livelli di assunzione raccomandata e tale risultato non si concilia con la percentuale così elevata di soggetti in sovrappeso (7,8%) e obesi (8,7%) presenti nel campione”.

Dopo mezzo secolo di indicazioni inefficaci, forse è il caso che la comunità accademico-scientifica mondiale e le istituzioni dei paesi industrializzati riflettano seriamente sui costi umani, sanitari (diabete, malattie cardiovascolari) ed economici del disastroso fallimento dei modelli nutrizionali sinora suggeriti e ne traggano le giuste conseguenze.
 
Occorre che si ripensi il modello alimentare da proporre per il futuro, sperimentando metodi nuovi, alternativi, come quelli sopra descritti, che senz’altro abbisognano di ulteriori studi, conferme e affinamenti, ma che paiono in grado di mantenere le promesse fatte.
 
Martedì 05 Aprile 2011 15:58

Avv. Vincenzo Giarmoleo

L’avv. prof. Vincenzo Giarmoleo è nato a Reggio Calabria il 13 maggio 1968, vive e lavora tra Reggio Calabria, Milano e Roma, ove esercita la professione di avvocato.

E' partner dello studio legale AP&P di Milano.

Collabora con la Rivista VITA Non Profit da giugno 2013.

Già docente incaricato dell’insegnamento triennale in Diritto degli enti non profit presso il Dipartimento di Scienze manageriali, Corso di Laurea in Economia e management dei servizi sanitari, Università Telematica "Leonardo Da Vinci" – campus online dell’Ateneo Gabriele d’Annunzio di Chieti / Pescara.

Laureato in Giurisprudenza a Messina, con tesi su “Fondazione e Impresa”, si è specializzato in materia di diritto dell’impresa, partecipando al Corso Base e al Corso Avanzato per Giurista d’Impresa presso la Scuola di Management LUISS di Roma.

Ha collaborato con lo Studio Legale Grande Stevens di Torino (1997/1998) ed è iscritto all’Ordine degli Avvocati del Foro di Reggio Calabria dal gennaio 2000.

E’ autore dell’opera “Attività commerciale ed enti non-profit” per la CEDAM, Collana “Enciclopedia”, diretta da Paolo Cendon (2003).

Per quest’opera è stato insignito del “Premio della Cultura” 2003 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’avv. prof. Giarmoleo ha pubblicato suoi studi e articoli su: Mondo Bancario (1999) Impresa (1999), La Voce Repubblicana (2003), Temi di mediazione e conciliazione Vol. II (Laurus, 2011), Vita (2013, 2014, 2015), e sulla testata online www.carteggiletterari.it.

E' impegnato nel progetto formativo di sua ideazione che consiste nella realizzazione di conferenze e seminari su diritto e letteratura.  

Fanno parte integrante di questo progetto le conferenze tenute a Torino presso la Fondazione Fulvio Croce dell'Avvocatura torinese, rispettivamente il 10 dicembre 2015 ("L'Antigone: riflessioni su diritto e giustizia, ruolo e deontologia dell'avvocato nella società liquida" e il 14 aprile 2016 (Porzia nel "Mercante di Venezia": Giustizia o vendetta?).

Lunedì 04 Aprile 2011 09:15

Pubblico e privato

Nel mondo industrializzato, tecnicizzato e globalizzato la sfera pubblica e la sfera privata sembrano allontanarsi sempre di più, seguendo percorsi divergenti.

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